Trent’anni fa, con una rivoluzione che l’Europa e in parte anche l’America non esitarono a fiancheggiare, l’Iran si ribellò contro quella che considerava una dinastia dispotica (i Pahlavi), costringendo lo Scià all’esilio e dando via libera al regime teocratico islamico dell’Ayatollah Khomeini e dei suoi successori. Oggi nel paese tira aria di un nuovo ’79, anche se questa volta il regime che si vorrebbe scalzatre è proprio quello clericale che fa capo alla Guida Suprema Ali Khamenei e gode della compiacemza e dell’alleanza con il contestato presidente Mahmud Ahmadinejad. Due fattori accomunano le due rivolte: anche la rivoluzione khomeinista cominciò proprio nel giorno della festa religiosa sciita dell’Ashura e allora come oggi furono i giovani a giocare un ruolo fondamentale nel ribaltamento dello status quo. Anche in questi giorni assistiamo alla mobilitazione di centinaia di migliaia di giovani che non si fanno intimidire dalla repressione. E’ soprattutto nelle loro mani e in quelle della classe riformista che è posto il destino di Teheran. In senso più ampio, a sfidare il regime è oggi un forte movimento civile e urbano guidato, oltre che dai giovani, da fasce non trascurabili della borghesia iraniana, la cui opposizione si esrcita indipendentemente dai leader politici.Il regime ha ormai da tempo individuato un nemico interno avviato ad allargare il dissenso a macchia d’olio. Nello stesso tempo va detto che lo stesso regime sa di potere ancora contare sull’appoggio di una parte considerevole della popolazione. Non, tuttavia, al punto da non accogersi che dopo la credibilità democratica persa con i brogli che hanno accompagnato le elezioni dello scorso giugno e che hanno innescato le prime scintille della ribellione, sta ora almeno parzialmente venendo meno, con i morti del giorno dell’Ashura, anche la credibilità delle istituzioni religiose al potere. Al momento attuale la situazione si presenta ancora nelle vesti di una rivoluzione strisciante destinata, se prima non verrà sedata del tutto con la forza, a trsformarsi in una rivoluzione di velluto o ancora di più in un processo generale e violento tale da portare ad un cambiamento radicale di regime.E l’Occidente’ L’Occidente non sa che fare, è spiazzato soprattutto dal fatto che è sempre meno in grado di distinguere chi siano gli interlocutori con cui tentare di instaurare un dialogo. Il dialogo è fallito e presto arriveranno le sanzioni, non mancano di ripetere la segretaria di Stato Hillary Clinton nonchè il ministro della Difesa Bob Gates. Ma le sanzioni si sa che potranno essere adottate in sede di Nazioni Unite solo con la collaborazione di Cina e Russia, di cui la prima (con un occhio sempre rivolto agli affari) non disdegna il doppio gioco, mentre la seconda si dichiara contraria secondo Putin e possibilista secondo Medvedev. E inoltre c’è chi dubita dell’efficacia delle stesse sanzioni, che colpirebbero il popolo iraniano e non il regime.Paralllelamente risulta sempre più superata dagli eventi la politica della mano tesa instaurata da Obama nei confronti di Teheran: politica che poteva avere un senso quando l’opposizione era minoritaria, ma non l’ha più nel momento in cui la rivolta sta assumendo dimensioni imponenti.Entra in campo anche l’ipotesi di un intervento militare, della cui necessità è ora convinto Alan J.Kuperman, direttore del Programma di prevenzione delle proliferazione nucleare che fa capo all’ niversità del Texas, il quale dalle colonne del New York Times scrive che l’unico modo per fermare l’Iran nella sua corsa al nucleare è attraverso borbardamenti effettueti dalle forze americane. "I negoziati volti a prevenire la proliferazione nucleare – afferma Kuperman – sono sempre preferibili all’azione militare. Ma di fronte al fallimento della diplomazia, siamo arrivati al punto punto in cui gli attacchi aerei si rivelano l’unica opzione preticabile".Ovviamente non la pensano tutti così, anche se viene notato come, di fronte ai negoziati sul nucleare, Teheran non faccia che passare da una chiusura all’altra, cercando ogni volta di prendere tempo e mettendo così in atto una tattica di dilazione permanente.Chi non crede ad un intervento esterno diretto, che verrebbe visto come un’interferenza, opta invece per due scenari: il primo è quello comunque di non far mancare dall’esterno il sostegno morale alle forze della rivolta in atto; l’altro, più realistico, è l’attesa costruttiva che nasce dalla consapevolezza che prima o poi il regime iraniano crollerà per un processo di implosione o di autocombustione. Ciò che ancora manca è l’aprirsi di una breccia sufficientemente ampia per dare successo alla rivolta o pressioni tali da determinare per il regime di teheran un decisivo punto di rottura.Autore : Gerardo Morina
Venerdì 19 febbraio, ore 18.30, per la Rassegna Un museo…
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