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Una minaccia alla stabilità mondiale.

Tra le tante crisi che hanno caratterizzato il 2009, quella inerente il
nucleare iraniano è destinata a protrarsi anche l’anno prossimo. E gli
sviluppi potrebbero anche farsi drammatici.
La Casa Bianca ha
ribadito una settimana fa che dicembre è il termine ultimo per ricevere
una risposta positiva dall’Iran sulla questione del suo programma
nucleare e che Washington ha già cominciato a preparare passi
alternativi alla ricerca del dialogo, ossia delle sanzioni. Più
minaccioso è stato l’ammiraglio Mike Mullen, capo degli stati maggiori
Usa: pur continuando a pensare che la diplomazia resti la strada
migliore da seguire per fronteggiare la sfida nucleare iraniana – ha
detto – il Pentagono ha il dovere di avere pronte anche opzioni
militari.
Forse si tratta solo di messaggi volti ad aumentare la
pressione su Teheran, ma ad ogni modo l’enigma Iran appare destinato a
creare grossi grattacapi alla comunità internazionale. E le recenti
provocazioni di Teheran, che negli scorsi giorni ha dapprima
sperimentato un nuovo missile e poi annunciato di essere impegnata
nella sperimentazione di un modello avanzato di centrifughe per
l’arricchimento dell’uranio, non lasciano sperare che la soluzione del
problema sia dietro l’angolo.
Anzi ad accrescere la tensione, negli
scorsi giorni, vi è stata anche un’incursione di truppe iraniane in
territorio iracheno, in un area petrolifera contesa tra i due Paesi.
Teheran ha definito un "malinteso" l’incidente di frontiera con l’Iraq,
ma ha auspicato che esperti di entrambi i Paesi affrontino la questione
della demarcazione dei confini.
La tattica del regime iraniano resta
dunque sempre la stessa; dapprima la provocazione e poi delle prese di
posizione concilianti che dovrebbero evidenziare una volontà al
dialogo. Ma esiste veramente una tale volontà’ L’opposizione interna al
regime di Ahmadinejad sta scoprendo giorno dopo giorno quanto sia dura
e spietata la repressione nei confronti dei moderati: arresti, torture
ed esecuzioni sono ormai all’ordine del giorno. I miliziani basiji
hanno assaltato l’abitazione di un noto ayatollah dissidente Yusef
Sanei e, ventiquattr’ore prima, durante le esequie dell’ayatollah
Montazeri, una parte della folla aveva invocato Yusef Sanei come il
nuovo "leader religioso" dell’opposizione. Chiara dunque la volontà
delle frange più conservatrici del regime di mettere sempre più sotto
pressione i leader dell’opposizione.
Vi è chi suggerisce alla
comunità internazionale di attendere la fine dello scontro interno in
atto in Iran prima di decidere che posizione assumere nel braccio di
ferro in atto sulla questione nucleare. E’ difficile però immaginare
che gli elementi moderati della società iraniana riescano ad aprirsi da
soli un varco di libertà tra le maglie di un regime sempre più brutale
nei confronti dei dissidenti. Intanto si è saputo che i Paesi del
gruppo 5+1, incaricati delle trattative sul nucleare iraniano,
progettano di riunirsi a gennaio per richiedere nuove sanzioni e
proporre una risoluzione ONU. L’arma delle sanzioni, com’è noto,
difficilmente ha ottenuto in passato risultati soddisfacenti. Potrebbe
inoltre servire al regime iraniano per raccogliere intorno a sè la
popolazione, di fronte a una minaccia "esterna".
Molto però
dipenderà dal tipo di sanzioni che vorranno adottare (se Mosca e
Pechino daranno il loro assenso). Per l’opposizione iraniana le stesse
sanzioni potrebbero essere percepite come uno stimolo: la comunità
internazionale si unisce ai dissidenti interni nella lotta a un regime
dispotico.
La scelta non è per nulla semplice e le conseguenze di
qualsiasi azione verrà intrapresa nei confronti di Teheran sono
difficilmente calcolabili. Ma non si può neppure stare all’infinito con
le mani in mano. Il regime di Ahmadinejad e i gruppi ancora più
intransigenti che operano nel Paese rappresentano una minaccia alla
stabilità mondiale. Non solo per il programma nucleare, ma anche per il
sostegno fornito a Hezbollah in Libano e ad Hamas in Palestina. E
chissa a quanti altri estremisti.
Autore: Osvaldo Migotto

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