Avete detto Grecia’ Ma la Grecia ha solo il 3% del PIL dell’Unione europea, un suo eventuale default non potrebbe avere un grande impatto sull’euro. La California, per dire, produce il 19% del PIL degli Stati Uniti, è in aperto default; e con tutto ciò, nessuno pensa che la valuta americana sia nei guai per questo, né che lo Stato che ha per capitale morale Tinseltown stia per lasciare il dollaro e darsi una propria moneta, lo schwarzeneggherio.Non dite Grecia, dunque. Dite, forse, Spagna. «È chiaro che certi attacchi contro la Grecia sono rivolti più in generale contro l’euro& dietro la Grecia, ci sono il Portogallo e la Spagna», ha detto il primo ministro greco Iórghos Papandreu, impegnato a combattere gli spettri della svalutazione e dell’uscita dall’euro evocati dalla crisi ellenica. Solo in Irlanda la crisi economica ha colpito più duro che nel Paese iberico. Il dato in cui lo si vede chiaramente è quello della disoccupazione: cioè degli spagnoli che si trovano a spasso: e a spasso, come ha creduto di specificare un sindacalista intervistato dalla Tv, «no por pereza sino por falta de oportunidades», non per pigrizia ma perché mancano le opportunità. Dall’inizio della crisi, posto a metà del 2007, i lavoratori che non hanno un posto e lo cercano sono stati due milioni e mezzo: nel solo 2009, la disoccupazione è cresciuta di 1.118.600 unità per arrivare alla cifra di 4.326.500. Questo rappresenta un filo meno del 19% della popolazione attiva. Una percentuale disastrosa. Alla fine di gennaio il primo ministro socialista, José Luis Rodríguez Zapatero, ha presentato un piano di austerità che abbraccia lo Stato, le regioni e la previdenza sociale. Il bilancio dello Stato era rimasto in avanzo fino all’ottobre 2008, ma da quel mese in poi si sono aperte le cateratte della spesa. L’anno scorso, il deficit è stato l’11,4% del PIL. Il progetto del Governo prevede di tagliare mezzo punto di PIL di spese già quest’anno: «L’obiettivo è ricondurre il deficit al 3% del PIL nel 2013», ha detto la vicepresidenta económica, Elena Salgado. Questa è la richiesta dell’Unione europea e la frasetta magica che aspettano i mercati finanziari. Salgado aggiunge: «Vogliamo dare ai cittadini la certezza che faremo quello che dobbiamo fare». A costo di spostare da un momento all’altro di due anni l’età della pensione, da 65 a 67 anni. Una misura che risparmia parecchio alle casse della previdenza sociale ma non sembra possa fare molto per arginare la disoccupazione giovanile, che è il problema più acuto della Spagna. Dietro la crisi ci sono fattori perfettamente chiari. I sostegni dell’economia erano tre: il turismo, le costruzioni e la disponibilità del resto del mondo a prestare alla Spagna i soldi da investire. Il settore immobiliare è caduto come in America e ha trascinato nella caduta le costruzioni. Il turismo ha rallentato. Quanto agli investimenti esteri, la Spagna ha perduto il suo rating AAA e la stretta creditizia mondiale ha inciso profondamente sulla possibilità degli spagnoli di indebitarsi. Un recente rapporto McKinsey considera l’economia spagnola quella in assoluto più a rischio di deleveraging fra le maggiori economie del mondo, perfino più della Gran Bretagna. Infatti il debito spagnolo è molto alto rispetto al PIL, escluso quello del settore pubblico, che però lo sta appunto moltiplicando ora per cercare di tenere insieme la baracca.Alla fin fine, il problema della Spagna è poi quello di quasi tutto l’Occidente: consumi e salari sono troppo alti per competere con le economie di più recente industrializzazione. Ci vorrebbe una bella svalutazione monetaria, ma questa è esclusa perché la Spagna è nell’Eurozona. In mancanza di questa, gli spagnoli potrebbero lavorare di più e/o con maggiore efficienza senza aumento di stipendio. Facile’ Non troppo. E nell’immediato, impossibile: ci vogliono investimenti in installazioni produttive e in capitale umano. E allora bisogna fare come la Germania: diminuire i salari, aumentare l’orario di lavoro, e far scendere così i prezzi all’ingrosso. Il tutto è una questione di giustizia distributiva che non sarà facile da digerire per nessuno. L’alternativa però è quella di cementare nella società una sottoclasse di disoccupati destinata a diventare abbastanza in fretta una sottoclasse di inoccupabili. Ci si può rassegnare a un deterioramento del tenore di vita, visto che l’economia non produce di che mantenerlo al livello degli ultimi anni. Si può pensare che le nuove condizioni induranno molti immigrati a partire, spostando parte del problema nei loro Paesi di origine. Il Governo di Madrid è probabilmente conscio che non vi sono altre vie. Ma come qualunque governo che dipende dal voto degli elettori, non può dirlo chiaramente.Paolo BreraFoto : Josè Luis Rodrìguez Zapatero
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