60 anni fa si suicidava uno dei più grandi scrittori del ‘900.Su Treccani.it un percorso nelle voci dell’enciclopedia online per ricordare Cesare Pavese.
L’ultimo messaggio: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi” Segui il percorso su Treccani.it >
Il 27 agosto di sessanta anni fa uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento si tolse la vita ingerendo una forte dose di sonniferi in una camera dell’Hotel Roma di Torino. Sulla prima pagina dei “Dialoghi con Leucò” che si trovava sul tavolino aveva scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». Come tutti i grandi artisti è difficile inquadrare Pavese in una cornice, che sia essa letteraria o storica. Pavese si pone tra i grandi traghettatori degli anni Trenta del secolo scorso fino al dopoguerra, periodo non facile. Artista non iscrivibile a un precisa corrente letteraria, benché fondamentale personaggio della storia del Novecento e del nostro paese, intellettuale tra le due guerre. Traduttore della letteratura americana, amico e collega, discepolo e insegnante dei più grandi e influenti personaggi del Novecento letterario e politico, quali Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Massimo Mila, Giulio Einaudi e Italo Calvino, e collaboratore e poi dipendente di una delle più influenti case editrici italiane dei nostri tempi, l’Einaudi, Pavese è ed e sempre stato uno dei nostri intellettuali più discussi e più amati. Timido, controverso, disagiato, ma soprattutto mai allineato.
La sua vita, quasi un romanzo, ha troppe volte sostituto i suoi meriti letterari. Ripeness is all, “la maturità è tutto”, citando Shakespeare, è la sua massima aspirazione, perché simbolo di quella volontà di costruirsi secondo l’etica rigorosa della famiglia, dell’ambiente e della società. Il disagio esistenziale deriva dalla consapevolezza di non potercela fare. La letteratura è sentita dall’autore come via d’uscita rispetto a quella vita impraticabile. Il disagio è condensato in molti aspetti della sua vita, traducendosi nella continua alternanza tra due opposti. In letteratura tra il realismo e il lirismo o simbolismo delle sue opere, nella vita tra l’impegno politico e l’intimismo. Dicotomia che tocca quasi tutti gli aspetti della sua vita e della sua opera. Pavese è attratto dalla città, Torino, da quello che rappresenta, modernità e velocità, pur rimanendo sempre attaccato al lirismo della sua terra, la campagna, le Langhe. Pavese, uomo timido che tende a chiudersi in sé stesso, ma impegnato politicamente, iscritto al PCI, militante convinto, che non si perdonerà mai di non aver partecipato attivamente alla Resistenza, in cui molti suoi amici sono morti. Dicotomia mai risolta, forse risolta con quel gesto estremo.
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