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MACERATA – Nonostante lui se ne sia andato, la sua rassegna è rimasta, integra, nuova, giustamente protesa al futuro. E non ha perso in lucentezza anzi, forse quella commozione che si respira in sala rende il brillio prerogativa di ogni occhio. La trentennale rassegna di Nuova Musica voluta nel 1983 dal maceratese Stefano Scodanibbio, prematuramente scomparso l’8 gennaio di quest’anno, torna con quattro straordinari concerti, il primo dei quali ha avuto luogo ieri sera al Lauro Rossi di Macerata.Un percorso per tappe emozionali quello di ieri, che parte con l’assolo di contrabbasso di Daniele Roccato sulle note di Stefano Scodanibbio, omaggio al compositore maceratese, procede con le atmosfere di Ligeti e si chiude con l’improvvisazione concertata di Paolo Damiani.Un suono sibilato, leggero, di corde strofinate e percosse, costantemente alla ricerca di un equilibrio armonico e altrettanto costantemente dirottato sul piano della disarmonia. Roccato esegue con straordinaria maestria e concentrazione, evidentemente emozionato, emoziona e carezza. All’applauso finale, leva lo spartito come a voler richiamare alla presenza l’assenza.Diretta dal giapponese Yochi Sugiyama, l’Orchestra Filamonica Marchigiana affiancata dal violoncellista Francesco Dillon dà vita al Concerto per violonecello e orchestra del compositore ungherese Gyorgy Ligeti. Un suono spazialmente bilanciato che affida la sinistra ai violini, il fondo ai fiati e la destra alle viole e ai contrabbassi. Sibilo appena percettibile, lungo un minuto cui si sommano gli altri archi e i fiati sino al raggiungimento di grave intensità. Poi il suono si ripiega su se stesso, alla somma segue la sottrazione e il ronzio d’insetto di un vibrato insistente riporta tutti a uno stato di sospensione. Il fascio sonoro ligetiano procede uniforme sino allo stato di rottura, stato in cui il suono raggiunge una dimensionalità altra da quella cartesiana. La musica si sospende, il silenzio diviene altro suono nascosto, che il direttore Sugiyama continua a dirigere incurante delle capacità dell’orecchio umano. Le atmosfere inquietano perché non è possibile agganciarsi ad uno stato melodico e la catatonia della somma ripetuta cela sempre uno scuro grottesco e folle che da un momento all’altro vira verso lo scollamento delle voci. Il secondo componimento regala l’illusione della rassicurante melodia. Si tratta della Sonata per violoncello sempre di Ligeti.La scena è tutta per Dillon. Se in un primo momento si ha come l’impressione di appigliarsi ad un suono quasi folkloristico, la seconda parte decostruisce la rassicuranza e si apre allo sperimentale di gusto bartòkiano. Ramifications è un esperimento simmetrico di levitazione. Il fascio sonoro è prodotto da soli archi che costruiscono un’autostrada a velocità costante cui si tenta il distacco, il dissenso e l’apice della rottura. Una forza tale da essere il respiro lungo tra una boccata e l’altra di continuità subacquea. E di fatti l’autonomia si ridimensiona quando dopo ogni fuga solitaria si ritorna ad uniformarsi.Lo stato di levitazione piacevole e adrenalinica lentamente si dissolve con l’improvvisazione concertata di Paolo Damiani e la sua piccola orchestra di 7 elementi. Si aggiunge anche la voce di Sabina Macculi che inizialmente recita alcuni versi di Sanguineti per poi dar vita ad una lunga fase di scat singing. L’influenza jazz, l’approccio di Damiani alla viola con tecniche esecutive che ricordano quelle del basso elettrico, le atmosfere che virano dal classico al mediterraneo, rendono l’improvvisazione eclettica. Tuttavia, nulla togliendo al valore dei musicisti, la tappa conclusiva del lungo concerto dissolve l’ipnosi ligetiana che tanto ci aveva emozionato.un momento della serata
Tags: Emanuela Sabbatini, Ligeti, macerata, Paolo Damiani, Rassegna di Nuova Musica, Teatro Lauro Rossi, Yochi Sugiyama
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