Fare profitti con l’innovazione agroalimentare
di Luigi Pisoni
Nel mio libro Dieci regole per creare ricchezza in agricoltura ho approfondito tutti i vari modi esistenti per generare profitti in agricoltura. Uno di questi è la capacità di innovare continuamente.
Nei prossimi dieci anni ci aspettano più cambiamenti di quanti ne possiamo immaginare. Ciò vale anche per la filiera agroalimentare, destinata ad essere interessata da grandi movimenti ed evoluzioni a partire dalla produzione delle materie prime agricole fino alla loro trasformazione e alle modalità di offerta al pubblico dei consumatori.
Qualche tempo fa Federalimentare, ossia la Federazione italiana dell’industria alimentare, ha varato un programma di ricerca in collaborazione con diverse università italiane sul tema dell’alimentazione del futuro. Come cambieranno le abitudini alimentari da oggi al 2020? In che modo la cultura e la tecnologia potranno influenzare le nostre scelte sui cibi da portare in tavola?
Qual è attualmente il tasso di propensione al cambiamento nel settore agroalimentare italiano? Che cosa si prospetta per il prossimo futuro? Circa un quarto (24%, per la precisione) del fatturato dell’agroalimentare italiano è rappresentato proprio da prodotti per i quali l’innovazione costituisce un fattore essenziale in grado di produrre un significativo valore aggiunto. Secondo Federalimentare questi prodotti si dividono in due grandi tipologie:
il tradizionale evoluto: sughi pronti, oli aromatizzati, condimenti particolari ecc.;
i veri e propri nuovi prodotti: alimenti funzionali, nutraceutici (o alimenti-farmaco), alimenti ad alto contenuto di servizio.
Questa componente di prodotti cosiddetti innovativi appare destinata a superare di moltissimi punti percentuali la soglia attuale del 24-25%, mentre l’alimentare “classico” (pasta, formaggi, vino, olio ecc. presentati in versione tradizionale) dovrebbe vedere ridursi sensibilmente la propria quota di mercato per ora attestata intorno ai due terzi del totale. Rimarrebbe stabile la restante quota di mercato, circa 10%, costituita dai prodotti a marchio d’origine (i cosiddetti prodotti tipici) e dal biologico.
Il progetto varato dalla Federazione dell’industria alimentare ci dà lo spunto per qualche riflessione più ampia sul rapporto tra alimentazione e innovazione, considerato dal punto di vista delle imprese agricole e di trasformazione.
In un mondo in continua evoluzione chi non evolve retrocede. Lo sforzo principale delle nostre imprese che operano nel settore primario e nei successivi stadi della filiera dovrebbe essere proprio quello di anticipare il cambiamento, di intuire prima degli altri alcuni tratti significativi dell’alimentazione del futuro.
Chi ha saputo cogliere in passato i segni di un’incipiente affermazione di soluzioni e prodotti innovativi, magari facendo semplicemente qualche viaggio all’estero, ha costruito fortune anche ingenti. Pensiamo ad esempio all’affermazione della cosiddetta “quarta gamma” in orticoltura: chi avrebbe pensato, solo dieci anni fa, che prima o poi la gente avrebbe mangiato prevalentemente verdure in vaschetta già tagliate, lavate e pronte all’uso, anche a costo di pagarle quattro volte di più? Le imprese che l’hanno intuito velocemente – e sono state parecchie – sono ora tra le imprese agricole e agroalimentari che hanno incrementato più rapidamente il proprio patrimonio, con percentuali di crescita annuale a due o tre cifre. E queste imprese non erano guidate da grandi società multinazionali né tanto meno da marziani: erano normali imprenditori che hanno saputo fiutare l’occasione.
Oggigiorno l’innovazione è un imperativo al quale nessun imprenditore si può sottrarre. Il consumatore è ormai predisposto alla novità, c’è un’aspettativa consolidata di prodotti nuovi e di nuove forme di fruizione. Purtroppo in agricoltura esiste ancora una forte corrente di pensiero la quale ritiene che la gamma di prodotti sia quella e basta. Al contrario, è fondamentale che vi sia una costante ricerca di soluzioni nuove (o presunte tali) da presentare al consumatore: solo così la nostra strategia di marketing sarà efficace. Ora ci chiediamo: come trovare nuovi prodotti?
Il primo modo è inventarli, crearli ex novo mediante la ricerca scientifica. Questo tipo di ricerca è costoso e spesso richiede anni: generalmente è appannaggio della grande industria agroalimentare. Comunque ci sono moltissime eccezioni anche tra le imprese agricole e agroalimentari piccole e medie: un nuovo vino studiato da un’azienda del settore, un formaggio basato su lavorazioni particolari o su miscele di latte di diversa origine e così via.
Ma vi sono altre strade per lanciare nuovi prodotti sul mercato. Ad esempio quella di introdurre in un mercato locale o anche nazionale prodotti scovati in qualche posto remoto e poco conosciuti. È il caso classico delle piante ornamentali scoperte in Cina o in qualche parte dell’Africa e poi lanciate sui nostri mercati, magari con qualche piccolo adattamento.
Vi sono poi i prodotti che possono essere presentati come novità proprio in quanto molto vecchi e, a volte, quasi dimenticati. Alcuni di questi rientreranno addirittura tra le specialità alimentari tipiche o tradizionali. Altri saranno semplicemente riproposti al grande pubblico dopo anni d’assenza, allo stesso modo in cui nella moda ritornano capi d’abbigliamento in disuso da anni.
Un altro modo per rinnovare un prodotto è quello di cambiare semplicemente il contenitore. Tornando all’esempio delle piante ornamentali, a volte è sufficiente cambiare il tipo di vasi usato. Lo stesso dicasi per la bottiglia che deve contenere un buon vino e via dicendo. Se ci si riflette in forma sistematica, ci si renderà conto che le possibilità di innovazione sono praticamente illimitate.
Per approfondimenti su questo e altri temi sulla gestione dell’impresa agraria rimando al mio libro: Dieci regole per creare ricchezza in agricoltura (320 pagine di facile lettura e con esempi pratici; Editore Moma, tel. 035-361434, acquistabile anche in internet).
Luigi Pisoni
Tags: agricoltura ricchezza
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