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Cetto Laqualunque, l’antipolitica del Qualunquemente

di Emanuela Sabbatini

Venerdì 16 dicembre, alle ore 18 presso l’Hotel Miramare di Civitanova Marche, Popsophia si interroga su una questione intrisa di contemporaneità. Dopo una politica da cui sono scaturite per lungo tempo interminabili discussioni inerenti la questione morale legata all’amministrazione dello Stato, in cui i talk show si sono interrogati sull’ondata antipolitica in cui annaspava il Paese, ora siamo approdati all’era dei tecnocrati. In entrambi i casi il termine “antipolitica” ci appare familiare ed attuale. Eppure in tempi poco sospetti c’è stato chi aveva delineato le coordinate di un “fare politica” che si sarebbe poi diffuso a macchia d’olio. Stiamo parlando di Antonio Albanese che con il suo Cetto Laqualunque è stato in grado di tratteggiare il qualunquismo e certa antipolitica. La sera di venerdì il comico porterà poi in scena al teatro Rossini di Civitanova, tutti i suoi più celebri personaggi.
Ma prima del dibattito del 16 che vedrà Umberto Curi e Pierluigi Masinisbrogliare l’intricata matassa, perchè non provare a fare qualche riflessione?

Dopo lunga e penosa malattia, è morta la morale! Soffriva! L’abbiamo abbattuta. È la modernità che avanza!”
Così, “la cialtroneria che diventa professionismo”, per dirla con Gian Antonio Stella, diviene verbo in queste parole di Cetto Laqualunque, divertente personaggio nato dall’estro di Antonio Albanese, ormai esemplificazione di un certo modo di fare politica che è di per sé antipolitica.
Capelli lunghi ed eleganza kitch, Cetto a partire dal cognome, rivela le caratteristiche salienti del proprio personaggio. È uno qualunque, senza particolare cultura, anzi, ignorante. Ricco, non per meriti personali ma per forti commistioni con i potenti del territorio. Evasore diprofessione (“Le tasse non si pagano, sono come la droga, creano dipendenza!”). Irrispettoso nei confronti delle donne, dipinte esclusivamente come oggetti sessuali facili da piegare al piacere con la semplice promessa di un ruolo politico (“Non sono le donne a dover entrare in politica ma la politica nelle donna!” o ancora “Sotto la quarta di reggiseno non è vera passione politica!”).
Violatore del concetto di famiglia: non a caso non solo tradisce la moglie ma pretende anche che l’amante, di cui non ricorda il nome e che chiama Cosa, viva assieme al proprio nucleo d’affetti.

Avversario di ogni istituzione dalla religiosa alla giuridica, Cetto parla sempre in prima persona, singolare o plurale che sia, una sorta di individualismo potenziato. Intesse i suoi discorsi di parolacce, doppi sensi (da Pil a Pilu il passo è breve), dialetto ed improbabili avverbi derivati che non sono, come si potrebbe pensare visto l’uso recente che se ne fa, riempitivi discorsivi o intercalari. Essi bensì assurgono a funzioni quasi predicative, aggiungono significato vivo ed attivo. Al grido di “Basta!” pone fine ad una cosa e al suo contrario. De Santis, l’avversario politico, è defraudato di ogni ruolo dialettico; addirittura Cetto si chiede se sia legale avere una controparte.

Dipinto il personaggio, ora non ci resta che intendere dove si colloca l’antipolitica di Cetto. Come potremmo definire la sua morale?
Nel film Qualunquemente, lo spregiudicato imprenditore prestato alla politica non ha dubbi: “Caduta la barriera della moralità, ora siamo nell’era dell’égalité. Siamo, signori, tutti uguali: politici e cittadini, maggioranza ed opposizione, guardie e ladri, corrotti e corruttori, mogli e amanti…”
Dunque per Cetto la morale è l’impedimento all’uguaglianza, essa stessa cardine di quella che nella sua accezione più bieca viene considerata la democrazia.

La morale, sia essa religiosa o laica, distingue tra bene e male, giusto e sbagliato e così facendo pone in essere due categorie contrapposte, quella dei retti e quella degli scorretti.
Gli uomini non sono tutti uguali, essi differiscono sulla base delle scelte che compiono e questo per Cetto è l’atto primo della condotta da abiurare, ossia quella antidemocratica.
Lo stravolgimento del concetto di democrazia fa si che essa venga interpretata come libertà estrema, priva di coordinate e sostanzialmente filo anarchica.

Facciamo un passo indietro. Ne La Repubblica, Platone sostiene:
Un’eccessiva libertà si trasforma in un’eccessiva schiavitù, nella vita privata come in quella pubblica. Dunque la tirannide non si insedia a partire da nessun’altra costituzione se non dalla democrazia…”
È evidente che il concetto di democrazia (diretta) cui si rifà Platone non è quello a cui ci riferiamo oggi. Ma permane un aspetto interessante. Platone distingue tre componenti dell’anima, ciascuna delle quali è predominante in una delle altrettante tre classi della società. La componente desiderativa che incanala la sua forza nella soddisfazione dei desideri e nel possesso, ed è propria della classe lavoratrice; la componente votata al coraggio e cioè quella propria dei guerrieri, ed infine quella caratteristica dei governanti, la razionale-intellettuale.
Vi è un legame inscindibile dunque tra conoscenza ed amministrazione del potere. Tale posizione giustifica il fatto che non tutti possano fare politica, poiché la competenza è essa stessa insita nel binomio Potere-Sapere.

Questo sommario preambolo è utile per comprendere come, di contro, nella costruzione politica del mondo secondo Cetto Laqualunque non vi sia affatto competenza. Per diventare medico, a che serve la laurea in medicina? Che importanza ha non avere nessuna idea su come risolvere i gravi problemi che affliggono la società?
Non si tratta dunque dell’antipolitica di quel Fronte dell’Uomo Qualunque del ’44. Non c’è cioè una insofferenza alla classe partitica che dimentica il travet, né tantomeno la voglia di un tecnico che risolva i problemi della gente e che a fine mandato vada a casa. Il Qualunquismo di Cetto nasce da un impasto raro tra una democrazia che democrazia non è e il qualunquismo con accezione odierna. Un moto di livellamento che vuole instillare un unico pensiero erto a difesa degli interessi personali: tutti possono tutto. Ed in quel tutto vi è bene e male, giusto e sbagliato perchè esse sono ormai, oltre la barriera della morale, categorie prive di significato.

Il permissivismo assolutivo che Cetto predica è una nuova forma di dominio. Un dominio piùsottile e potente rispetto a quello esercitato con la forza: quello sulla coscienza. Asseconda tutti i tuoi desideri, anche i più bassi, non curarti di nessuna legge; pare questo il succulento frutto proibito offerto. Il parlare agli istinti più bassi della gente, assolve le coscienze ed esercita un dominio invisibile e più suadente di qualsiasi imperativo totalitario. Da non dimenticare che, come sostiene Slavoj Žižek, il godimento, la soddisfazione oggi sono diventati un perverso dovere etico, che accresce il senso di colpa nel momento in cui il divertimento non è abbastanza.

Si pone in essere la questione della frattura tra etica e politica; un gap incolmabile se si affida, parafrasando sempre Žižek, l’etica al dominio dell’incondizionale, dell’Alterità, e la politica alla contingenza e al fallimento degli interventi umani. Ma la morale depoliticizzata è, come dice Lacan “un tradimento etico perchè dà la colpa all’Altro, ma non vi è nessun altro”.

Cetto Laqualunque incarna alla perfezione la forma clownistica di potere, lontana dal sapere e aliena all’etica sia essa intesa come regolatrice dei principi dell’Alterità che come concreto ed imprescindibile terreno applicativo di scelte private che si fanno pubbliche.

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