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Popsophia: Salvati dalla bellezza

Spazio ai pensieri aspettando Stefano Zecchi.

Mercoledì 18 gennaio alle sei del pomeriggio, presso la sala conferenze dell’Hotel Miramare di Civitanova Marche, il professor Stefano Zecchi, ordinario di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano, condurrà il pubblico di Popsophia nel terreno insidioso de “La bellezza ci salverà”.
Impazienti di ascoltare risposte, per ora non possiamo che porci domande, qui sul blog, tra un “ma”, un “forse” e l’ennesimo punto interrogativo.

Avete mai provato a camminare con gli occhi al cielo in una delle nostre periferie? Vuol dire, tra le altre cose, prendere coscienza di un modo di costruire che interiorizza il concetto di uomo contemporaneo. Si tratta infatti di un essere che si muove su grandi distanze, che condivide poco tempo con la restante parte della famiglia, che lavora molte ore al giorno e spesso pranza al volo, o, causa la difficoltà nel coniugare gli orari, cena attorno ad un tavolo semivuoto.

Dunque solitamente i quartieri sono composti da palazzi di molti piani con appartamenti di piccola metratura in cui però gli spazi interni vengono ripartiti in modo da poter contenere un nucleo familiare di 3 o 4 persone.
La popolazione incrementa orizzontalmente e gli spazi crescono verticalmente.
Certo è che rispetto ad un tempo, gli appartamenti di oggi appaiono loculi, dormitori, cellette in cui sostare tra una giornata lavorativa e l’altra. In una parola, appaiono brutti.

Ma ad apparire brutto non è solo l’impianto architettonico con cui ci relazioniamo quotidianamente. Brutti sono anche molti programmi tv, alcune mode, molto cinema, ancor più un certo scostamento da ogni gentilezza, un indurimento delle coscienze, un imbarbarimento del gusto, la volgarità estetica. Insomma il brutto ci circonda, spesso molto più che il bello.

Ma se il brutto dipende dal gusto, allora si potrebbe benissimo sostenere a buona ragione la relatività del concetto stesso. Come a dire “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”.
Cosa dunque definisce bello o brutto ciò che vediamo? Esiste un universalmente bello?
Solitamente quando si vuol dare un esempio di bellezza ci si riferisce all’arte.

A mio parere è una cattiva consuetudine che ci portiamo dietro dal ‘700 circa, tempo in cui si è celebrato il sodalizio tra arte e bello. Winckelmann ne ha definito persino i canoni estetici rilevando nel neoclassicismo l’armonia e l’equilibrio delle forme. È un’arte non meramente mimetica ma di sintesi e che realizza il bello anche nella finalità etico-civile. Un’arte ammanettata in un certo senso, serva del bello, del vero, del buono in senso morale.
Ma l’estetica intellettualistica cioè quella che si avvale di canoni per definire il bello, non contempla il concetto di gusto e cioè la capacità personale di coglierlo. L’esperienza di piacevolezza che viviamo al cospetto del bello è un sentimento che non ci spiega cos’è ciò che vediamo ma ci rende solo l’effetto. Non è un giudizio conoscitivo ma “emotivo”, fondato sul sentimento.

Dunque il bello non è subordinato all’utilità che ne posso trarre, sia essa conoscitiva o etica. Il bello è, parafrasando Kant, un universale soggettivo dove per soggettivo si intende la disposizione dell’individuo al bello. Come a dire che il bello non è nell’oggetto ma nel sentimento di piacevolezza provato dal soggetto. Questo concetto, svincola l’arte da ogni servitù e la rende autonoma.
Già perchè se dovessimo attribuire lo statuto di opera d’arte sulla base della bellezza oggettiva, allora probabilmente non dovremmo considerare artisti Bacon, Picasso, Duchamp, Warhol, Abramovic, Cattelan, Kapoor e tanti altri.

L’arte, specie la nuova, non passa più per la categoria del bello o per lo meno esso non è prerogativa di definizione del suo campo d’azione. Ed è questa, a mio parere, la difficoltà che incontra l’arte contemporanea nel rapporto con il pubblico di massa. Se escludiamo la categoria del bello, cosa rende un oggetto arte? Cosa lo rende intellegibile?
Definiamo bello ciò che per consuetudine chiamiamo tale. Diciamo che un Monet è bello perchè siamo abituati a definirlo tale e perchè ci sembra di intendere con maggiore sicurezza il canale comunicativo attraverso cui la poesia del pittore francese si esprime. Ma se ben ricordiamo, gli impressionisti non potevano esporre nei salon insieme ai pittori accademici poiché la loro arte veniva considerata brutta, e dunque non arte. Lo stesso è stato per Duchamp, ed a ben vedere non si potrebbe certo affermare che la sua Fontana (o l’orinatoio) sia bella.

Eppure nel concettualismo che permea l’arte contemporanea vi è un’interrogazione costante della realtà. Se per Platone il bello e il vero sono nella natura, mentre l’arte essendo mera imitazione allontana dalla verità, l’arte contemporanea è quella che oggi interroga la realtà per giungere al vero dimenticando il bello.
Ma se il bello non fosse solo quello piacevole agli occhi? Se il bello fosse anche quello stuporeterribile che ci pervade al cospetto di qualcosa che accende in noi la semplice scintilla della riflessione o della scoperta? Se fosse quello che ci spalanca mondi non contemplati?
Nelle Elegie Duinesi Rilke scrive:

Perché niente è il bello
se non il principio del tremendo, che noi ancora sopportiamo
e ammiriamo tanto, perché non disdegna
di distruggerci. Ogni angelo è terribile.”


L’angelo appare terribile perchè trattiene in sé l’impensabile, ciò che la mente dell’uomo non può immaginare. La bellezza estrema annienterebbe l’uomo, lo distruggerebbe.
Ma allora cos’è la bellezza? In cosa esprime il proprio legame col vero? Dov’è?
“La bellezza salverà il mondo” diceva il principe Miškin ne L’idiota di Dostojevskj. Ma di quale bellezza si tratta? È lei che ci salverà o è lei a doversi salvare dalla bruttezza da cui siamo circondati?

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