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Flatlandia. Pensabile, dicibile, impossibile…eppur esistente.

Suggerimenti dalla Socìetas Raffaello Sanzio…



di Emanuela Sabbatini




“In altre zone di questo universo (è facile da realizzare) esiste tutto ciò che io non riesco ancora a immaginare”
-Bluvertigo, Altre forme di vita-




Chiara Guidi Semplicemente un esempio perfetto. Sì, proprio un caso rappresentativo e cioè, quello che aderisce con incredibile precisione ad altre situazioni simili. Quello che giustifica una pertinenza stringente tra la radice e l’elevamento a potenza: semplicemente l’operazione inversa. Parlo arabo? Andiamo di mythos.
Sipario già aperto quando mi siedo nella sala del Teatro Cecchetti di Civitanova Marche. Chiara Guidi, fondatrice, assieme a Claudia e Romeo Castellucci, della Socìetas Raffaello Sanzio, seduta nella penombra della scena, apre un libro e prende a leggere.


C’era una volta Edwin Abbott. C’era una volta, come lo scrittore racconta, un mondo piatto come un foglio di carta, un mondo flat, a sole due dimensioni. C’era una voltaFlatlandia. Nella geometria piana di case e città e paesaggi perimetrali alla Dogville, la terza dimensione è eresia. Impensabile, anzi follia. Follia come i marziani, gli alieni, il teletrasporto, i puffi. Insomma, fantasia che diviene insana se si converte in credo.
Nel mondo di Flatlandia, noi, con il nostro corpo siamo impossibili. Come le scale di Escher, il Quadrato rotondo di Meinong, o L’attuale Re di Francia di Russell. Dicibili, pronunciabili ma di fatto privi di denotante. Inesistenti.
Fuori dal mythos. È evidente che Flatlandia è frutto della creativa immaginazione di uno scrittore geniale del 1800. Il corpo solido esiste eccome. È dimostrabile, persino calcolabile, verificabile. Dunque esistente, vero. Abbott ha semplicemente posto sotto radice il nostro mondo e ne ha tratto una base. Come a dire in formula retorica,“se si può il più, si può il meno”.

Ed il suo meno è l’altro. Il narratore non è un solido che racconta il suo viaggio nel mondo flat. Chi narra la storia è un quadrato. E noi lettori vediamo attraverso le sue parole, tridimensionalizzate o appiattite dalla voce di Chiara Guidi, e tastiamo il suo mondo esattamente come lui fa con i suoi simili per scoprirne la forma e con essa il ceto. Perché in Flatlandia, “Essere” non sta nell’evidenza. Un quadrato sa di essere un quadrato ma gli altri non ne vedono i quattro angoli dal momento che non esiste terza dimensione. L’unico modo per riconoscersi gli uni con gli altri è affidarsi a un senso per noi poco usato: il tatto. Singolare quasto slittamento. Il tatto può più della vista e persino l’udito può di più, dal momento che il timbro di voce diviene rivelatore d’identità. E l’essere non è più percepibile alla vista e cioè non risiede più nelle qualità visibili di una figura.

È come se Abbott ci dicesse, parlandoci da una forma base, che si può percepire ed essere in altri modi che noi nemmeno contempliamo. Allo stesso tempo ci dice che nessun senso, così come siamo abituati a usarlo, può rivelarci il vero. È proprio qui l’esempio perfetto: così come la geometria piana nemmeno immagina quella solida, quella solida nemmeno si pone il problema della quarta dimensione. Il tetraspazio è un altro mondo possibile. Esattamente come lo è quello euclideo, la nostra matematica oggi ce lo dimostra.
Il problema sta nella capacità/possibilità di percepirlo. E proprio quella capacità, è una qualità divinatoria: “Guarda, -dice il Quadrato alla Sfera- sono diventato come un Dio, perché i saggi al nostro paese dicono che la visione di tutte le cose o, come essi si esprimono, l’onniveggenza, è attribuita a Dio solo”. Ma si tratta davvero di onniveggenza?
Quello che la Sfera mostra al Quadrato è solo la propria prospettiva, o meglio la propria prospettiva-limite. “Ora che mi hai rivelato la terza dimensione, non sarà difficile per te mostrarmi la quarta”, sostiene il Quadrato. “È impossibile” risponde la Sfera. Di nuovo un limite, lo stesso che aveva il mondo Flat.


Eppure Abbott sfonda quel limite e ci pone di fronte all’impensabile per il 1884: la quarta dimensione è per la terza, come la terza per la seconda. Una proporsione matematica perfetta che stabilisce esempio e relazione. Nel farlo evidenzia anche una questione filosofica fondamentale: possiamo dire che qualcosa non esista? Di cosa parliamo quando utilizziamo un termine privo di referente?
“Per poter definire o evidenziare una pura esperienza, devo eliminare il divario tra ciò che esiste e la capacità individuale di percepirlo, così che la percezione sensoriale appartenga totalmente alla sfera dell’esperienza non realizzata intellettualmente”.
Parola di Doug Wheeler.

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