di Emanuela SabbatiniL’abbiamo conosciuto per strada, mentre distratti passeggiavamo tra le vie delle nostre città. Ci ha strappato un sorriso tra uno sbuffo e l’altro immersi nel traffico cittadino. L’abbiamo incontrato anche a Roma, al Teatro Valle Occupato. Possiamo ignorarne il nome eppure in lui ci siamo imbattuti quasi certamente…o meglio, in una delle sue opere. Stiamo parlando di Clet Abraham, sticker urban artist, nato in Francia, ma ormai di casa qui nel Bel Paese, con uno studio personale nella città di Firenze. Il suo regno è la strada dove trasforma, senza mai escluderne la leggibilità, i noiosi segnali stradali in opere d’arte. Come? Con ironia e intelligenza…e con qualche sticker removibile. È illegale direte. Sì, lo è ma è proprio questo labile confine tra opposti a delineare la sua filosofia. Noi abbiamo scambiato qualche battuta con questo simpatico personaggio.La filosofia nacque nelle piazze, la tua arte nasce dalla/sulla strada. Qualcosa vi accomuna parrebbe: l’essere popular, il praticare luoghi aperti a tutti…come si abitano questi luoghi oggi che le piazze sono virtuali e i locali sono punti di accesso su foursqare?La strada è la vita dove l’uomo scorre come il sangue nelle vene. Divorato dalla necessità di sentirmi utile e dignitosamente partecipe del quotidiano, piccolo e universale al contempo, cerco il contatto con il mondo, in modo palpabile, concreto, corporeo quanto possibile. Non credo che il virtuale possa mai superare la forza d’impatto del reale.In questo spazio di interazione, sempre più intriso di messaggi, suoni, informazioni, si finisce per non sentire/vedere più nulla. La tua arte invece ridà senso a quegli oggetti che ormai sono consuetudine. Quasi un ridare voce al “silenzio dei dimenticati”?L’umano è il mio soggetto, le quotidiane umiliazioni e frustrazioni vissute da ogni individuo si accomunano in energie distruttive pronte a sfogarsi creando un continuo negativo. Il calcio oggi è un raccoglitore/ammortizzatore di questi sfoghi, meglio di niente. Vorrei invece provare di lavorare a monte e dando rilievo e dignità all’essere umano creare un flusso positivo che possa sbocciare in energie costruttive.Il segnale, dopo il tuo intervento artistico, veicola nuovi significati eppur non nega gli originali. Ad esempio penso al simbolo del Teatro Valle Occupato: in un simbolo, il divieto d’accesso, una costellazione di idee e ideali. Tra un divieto e la rimozione dello stesso trovi un equilibrio. È indispensabile avere degli ideali, sognare e cercare di dare un senso alla propria vita. E altrettanto fondamentale riconoscere i numerosi limiti umani, siamo per definizione imperfetti e sofferenti, possiamo solo ambire ad un tentativo di equilibrio tra lo spirito e la materia, tra l’ordine e il caos possiamo solo pretendere di cercare un armonia instabile.Cristi crocifissi, angeli e diavoli, Cirenei che non reggono croci ma trasportano travi. Oltre al sorriso del primo impatto poi vi è un momento di riflessione. Una religione che torna in strada a fare catechesi laica ed ironica. Insomma, sembreresti lavorare sul simbolo religioso o mi sbaglio? Tutta la nostra morale è ispirata al cattolicismo, parlarne è l’occasione per ripensarla, riproporla in chiave moderna è intanto una bella spolverata. Il cristo sulla strada senza uscita rivela la vera funzione della religione : affrontare il tema della morte con la speranza di un alternativa, divulgare quest’immagine nelle strade è un omaggio alla personalità e alla parola del cristo ma anche una condanna del dogma e della religione come legge. La spiritualità è una cosa troppo importante e troppo vasta per sopportare di essere cosi condizionata e preconfezionata.Divieto e libertà. La tua arte si muove come una religione proprio sul confine tra illecito e consentito. Modificare i segnali stradali, sebbene con stickers removibili è illegale. Eppure la tua arte è tutta lì. Libertà o anarchia? Qual è lo statuto di opera d’arte per te?Il mio lavoro sui cartelli è illegale, lo rivendico. Vorrei cosi fare notare che la legalità non è un valore assoluto, che ci sono valori ben più validi, come il senso di responsabilità e il rispetto dell’altro. La legge è per definizioni sempre in ritardo sulla realtà e non può di conseguenza imporsi senza riconoscere la propria componente di relatività. L’opera d’arte si deve rendere utile e per ciò sapersi relazionare con le problematiche contemporanea popolare, senza cornice e piedestallo ne sparisce la sacralizzazione e ne rimane la sostanza se sostanza c’è. Attraverso l’arte si può rispondere alla crisi? O meglio, l’arte, la cultura può essere un motore per ripartire? Se sì, di quale arte ha bisogno questo Paese per ripartire?La crisi mi sembra il risultato di una società dominata dalle proprie paure. Se cultura vuole dire patrimonio umano, spirituale e materiale, allora la “cultura” per proseguire la sua evoluzione necessità di libertà di movimento, e per crescere bene necessità di amore. L’importante semmai sarebbe di evitare di mettere potere nelle mani di chi non sa amare, l’arte ha il dovere di lavorare in questo senso.
Tags: Clet Abraham, Emanuela Sabbatini, intervista, Popsophia, Teatro Valle Occupato
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