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La globalizzazione, il razzismo, l’Europa

Sul portale treccani.it un percorso guidato nelle voci enciclopediche per comprendere l’avanzata delle destre e l’onda xenofoba in Europa, da Sarkozy alla Svezia.
Perchè se tolleranza, democrazia e libertà sono i concetti chiave della realizzazione del mondo come “villaggio globale”, in Europa il razzismo non sembra placarsi.
Difficilmente lo storico di domani nell’interrogarsi su quale sia stato il tratto decisivo della storia mondiale a cavallo del secondo e terzo millennio eviterà di porre al centro della riflessione quell’insieme complesso di fenomeni che va sotto il nome generico di globalizzazione.
La compiuta realizzazione del mondo come “villaggio globale” (in cui l’informazione viaggia alla velocità della luce), la facilità degli spostamenti e la relativamente rinnovata dislocazione delle attrattive (risorse, energia, benessere, libertà ecc.) stanno sottoponendo il pianeta a un immenso rimescolamento di popoli, lingue, religioni, atteggiamenti spirituali. Se Internet costituisce l’emblema e lo specchio delle nuove dislocazioni umane, sono però i concreti ambiti territoriali – gli stati, le regioni, le singole comunità – a sopportare il peso di mutamenti e condizionamenti che talora generano sofferenza, senso di snaturamento e di perdita d’identità.
In Europa questo processo si è largamente intrecciato con la fine del comunismo, che ha dato luogo a fenomeni di segno opposto come la riunificazione delle due Germanie e la guerra civile a base etnico-religiosa che ha insanguinato la ex Iugoslavia. Si è trattato di risposte di carattere molto diverso alla dissoluzione del blocco dell’Est, ma che hanno sottolineato entrambe la vitalità della correlazione tra l’idea di Stato e la sua radice etnica (come, del resto, è avvenuto per la divisione tra Slovacchia e Repubblica Ceca).

Ma la fine del comunismo ha anche promosso la nascita, lo sviluppo e l’allargamento dell’Unione Europea e lo sforzo collettivo di creare una cornice normativa e istituzionale a una serie di comportamenti, innanzitutto a carattere economico, fino a costruire un nuovo, ancorché flebile, soggetto. Questo ha un’identità complessa: non è la proiezione di un’egemonia statale sull’Europa, ha una radice politico-intellettuale di carattere illuministico e una radice etica e storica (non teologica) definibile come giudaico-cristiana, ha come orizzonte la democrazia, caratteristiche che nel loro insieme spiegano come l’incedere sia lento e guardingo, condizionato da differenze e diffidenze sparse sull’intero continente.
Non di meno, l’Unione è talora riuscita a farsi sentire – con una voce sommessa, a motivo della sua natura, ma pur sempre con qualche autorevolezza – di fronte ad alcune iniziative che hanno destato dubbi, perplessità, preoccupazioni. Tra queste la decisione del governo francese, nello scorso luglio, di smantellare i campi nomadi abusivi e rimpatriare i loro abitanti stranieri (per la quasi totalità bulgari e rumeni) qualora privi dei requisiti per soggiornare in Francia.

L’iniziativa ha suscitato molteplici reazioni. A settembre il vicepresidente della commissione europea Viviane Reding ha paragonato le espulsioni dei Rom alle deportazioni della seconda guerra mondiale e ha ipotizzato una procedura d’infrazione contro la Francia per l’applicazione discriminatoria della direttiva europea sulla libera circolazione. Il governo francese ha risposto con durezza dichiarando infamante ritenere che potesse esservi rapporto tra il rimpatrio dei Rom e le deportazioni operate nella Francia di Vichy, che nessun diritto individuale e nessuna legge né direttiva erano stati lesi, che il piano di sgombero dei campi abusivi sarebbe andato avanti.
Il vicepresidente Reding ha quindi ammesso di aver esagerato nei toni e la polemica si è in parte chetata, anche se non è tramontata l’eventualità che l’Unione avvii una procedura d’infrazione contro la Francia relativa all’applicazione della direttiva europea sulla libera circolazione. Intanto però sui mass media di tutta Europa si sono affrontate, con una certa asprezza e qualche strumentalità, opposte tifoserie.
Se non crediamo che nella scelta francese vi sia del razzismo, è però comprensibile che la sola idea di un rimpatrio “etnicamente orientato” faccia rabbrividire. Del resto, l’Europa ha una storia complessa e tormentata di guerre interne e la ricerca di un linguaggio comune passa necessariamente attraverso errori e correzioni. È da ritenere però che le idee di tolleranza, democrazia e libertà – che non escludono l’idea di forza, ma che la subordinano – siano e debbano rimanere la stella polare del cammino comune da poco intrapreso con nuova decisione, tanto più che è sotto gli occhi di tutti il risorgere, pressoché in tutti i paesi, di nuove aggressività, nuove intolleranze, nuovi razzismi. Ma anche per questo c’è bisogno di più dialogo, più tolleranza e, in fondo, di più Europa.

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