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La presenza dei Bizantini in puglia e nel Salento, il fenomeno dell’iconoclastia

Intorno al 476 d.c. subito dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente l’Italia fu invasa da popolazioni barbariche che né devastarono il territorio.
Furono le guerre greco-gotiche combattute dal 535 al 553 ad affermare nel Salento la presenza bizantina, grazie ad un esercito ben organizzato, all’appoggio dell’aristocrazia romana ma soprattutto all’aiuto della chiesa. I Bizantini cominciarono a stanziare sul territorio condizionando sia la cultura, che la religione con l’introduzione dei riti greco-orientali e tramite la diffusione della lingua greca. In seguito alla vittoria di Bisanzio, l’Italia fu suddivisa in province.
I Bizantini fondarono il Ducato di Calabria che comprendeva la regione Calabria e tutte le terre già possedute in Puglia, il limite era dato da una muraglia già costruita per salvaguardare il territorio da eventuali invasioni barbariche, ormai esistente solo per alcuni tratti: il cosiddetto “limitone dei greci”.
Nel corso del tempo continuarono gli attacchi anche da parte dei longobardi e dei saraceni, che purtroppo portarono ad un continuo impoverimento del Salento, una terra considerata periferia dell’impero occidentale e luogo unicamente da sfruttare solo da un punto di vista esattoriale. La penisola salentina è denominata Terra d’Otranto. Il popolo nel periodo considerato tornò alla vita rurale e nelle grotte che rappresentavano l’unica certezza per la sopravvivenza. Le attività commerciali venivano del tutto trascurate per il pericolo rappresentato dalle continue incursioni e saccheggi, si produceva invece, nelle campagne, solo quello che poteva servire per la sopravvivenza della famiglia.
Nel 727, l’imperatore bizantino Leone III ordinò che in tutte le province dell’Impero d’Oriente fossero rimosse e distrutte le immagini sacre, o icone (il fenomeno dell’iconoclasta). Scoppiarono ovunque gravi rivolte, capitanate dai monaci che si rifiutarono di obbedire. Questi per evitare i massacri lasciarono le province più orientali e si spinsero a sud, fino ad arrivare nel Salento.
Si tratta dei monaci basiliani, che erano di origine egiziana, palestinese, siriana e turca; erano così chiamati in quanto fedeli a san Basilio, iniziatore di questo tipo di ordine monastico di origine orientale. Essi si opposero tenacemente alla politica iconoclasta da parte degli imperatori di Costantinopoli, che bandirono ripetutamente il culto popolare di icone e reliquie. La feroce oppressione a scapito di queste miti collettività conventuali, guardiani dei culti popolari, generò un costante flusso di questi ecclesiastici dall’oriente verso luoghi più tranquilli, tra cui la Puglia che fu la regione favorita in quanto considerata dai monaci "esiliati” come il posto naturale dove rifugiarsi al di là del mare.
I contadini meridionali aiutarono i monaci sfuggiti alle persecuzioni e i monaci ricambiarono aiutando loro nelle innovazioni e nello sviluppo dell’agricoltura; tanto che gli insediamenti Basiliani nacquero proprio in prossimità dei villaggi, ne conseguì vantaggio alla coltivazione di vino e olio. I monaci istituirono ovunque cenobi, raccogliendo intorno ad essi la popolazione, divisa tra preghiera e lavoro dei campi. Uno dei cenobi più conosciuto è quello di San Nicola di Casole, vicino Otranto, diventato rigoglioso centro della divulgazione della cultura bizantina. Il convento fu rifugio di monaci dediti alla trascrizione e alla traduzione di testi sacri e profani, e alla pittura di affreschi e icone.
Ci sono numerose testimonianze della cultura bizantina nel Salento, tra cui cripte e piccole chiese, fortunatamente arrivate in buono stato fino ai giorni nostri. A Carpignano Salentino, per esempio, c’è la cripta della chiesa delle Sante Cristina e Marina, una chiesa rupestre del X sec. d.C. dove all’interno si trovano gli affreschi bizantini più antichi del Salento; poi a Muro Leccese c’è la cripta di Santa Marina, dove si possono vedere una serie di strati di affresco sovrapposti; la Madonna del Gonfalone a Tricase, dove è stato recuperato da poco l’affresco chiamato “Dormitio Virgis”; la cripta di Santa Marina a Miggiano; la cripta Santa Maria degli Angeli e i Santi Stefani a Poggiardo e a Vaste; la chiesa di S. Salvatore e la Basilica di San Mauro, nel comune di Sannicola; Santa Maria della Croce a Casarano, considerato da vari studiosi il monumento più antico ed importante nel Sud-est dell’Italia meridionale.
Ebbero origine anche una serie di villaggi in occasione dell’arrivo dei monaci basiliani; villaggi formati da grotte comunicanti con sentieri o scalinate scavate nella roccia, dotati di cisterna, trappeti ipogei (frantoi), e zone tombali, ve ne furono nella zona di Carpignano Salentino, Castro, Nardo, Roca, Ugento e Spongano.
Inoltre, all’interno del Salento, in una posizione abbastanza centrale, vi è un insieme di paesi chiamati nell’insieme “Grecìa Salentina”, dove è ancora diffuso il “Griko”: una fusione linguistica di greco antico, greco bizantino ed elementi di italiano.
Tra il IX e l’XI secolo il Salento fu una vera regione greca nei costumi nella cultura e nella lingua, e naturalmente anche nel diritto e nell’economia. Il declino della cultura bizantina ebbe inizio quando nel 1071 i Normanni si impossessarono dell’Italia meridionale, conservando però la brillante cultura dei vinti.

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