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Una bella geologa neolaureata che dà il colpo di grazia al monopolio mondiale dei diamanti scoprendo il più ricco giacimento di tutti i tempi: Diavik.
È una storia molto americana, di giovani geologi rampanti che si sono arricchiti coi diamanti sopportando i freddi dell’artico canadese e i capricci della borsa, che hanno sfidato e battuto, senza un dollaro di capitale, il colosso De Beers che fatturava 4.000 milioni di dollari l’anno.
Dopo le battaglie per il controllo dei diamanti in Sudafrica, a partire dal 1869, nomi come Barney Barnato, Cecil Rhodes e Ernest Oppenheimer, contribuirono a costituire un monopolio mondiale che stabiliva prezzi e quote d’estrazione.
Nessuno era in grado nemmeno di pensare di competere con i geologi al servizio della De Beers e dei mezzi a loro disposizione. Così che la De Beers si allargò dal Sudafrica alla Namibia, poi al Congo, al Botswana e addirittura alla Russia con la quale conseguì un fruttuoso accordo nonostante le differenze politiche. Nell’impero delle gemme vigeva un dogma: soltanto la De Beers sapeva cosa conveniva ai diamanti. E da Johannesburg a Londra, la De Beers controllava tutto il cammino delle gemme, comprando inoltre, a qualunque prezzo, tutte le gemme libere che circolavano sul mercato.
In realtà, fino agli anni settanta, nessuno sapeva esattamente come si potesse individuare un giacimento di diamanti. Mancavano le conoscenze geologiche per capire cosa bisognasse cercare e quindi si sprecavano sforzi immensi per campionare tutto a tappeto, secondo griglie, cioè si raccoglievano campioni a distanze regolari, senza nessuna logica. Se nel campione c’erano diamanti, si infittiva la griglia. Però i diamanti sono rari e quindi era facile passare sopra ad un buon giacimento senza vederlo. Inoltre i diamanti si trovano in camini kimberlitici, cioè in particolari rocce con forma di camino verticale del diametro di poche centinaia di metri, o al massimo di un paio di chilometri, e questo rendeva ancora più difficile l’individuazione di un camino (vedi riquadro). Inoltre solo un camino su 200 è diamantifero. Una cosa però era chiara, i camini sono concentrati nei cratoni, cioè i blocchi crostali antichissimi al centro dei continenti e quindi era lì che bisognava cercare.
Ma negli anni settanta alcuni geologi fecero scoperte che aprirono la caccia libera ai diamanti, fuori dal cartello De Beers.
GLI ANNI ’70: NASCE UNA NUOVA EPOCA PER LA RICERCA DEI DIAMANTI
Nel 1973, John Gurney, ricercatore dello Smithsonian Institute di Washington, pubblicò una ricerca secondo la quale alcuni minerali tra cui un tipo di granato piropo detto G10, erano esclusivi delle kimberliti diamantifere e quindi potevano essere considerati indicatori della presenza di diamanti. Questi minerali erano estremamente più abbondanti dei diamanti e quindi semplificavano infinitamente le ricerche. Ma questa ricerca fu importante soprattutto per un altro motivo: era di dominio pubblico, cioè offriva un metodo facile a chiunque volesse mettersi alla ricerca dei diamanti per proprio conto. E così fu.
Nel 1974, Chris Jennings, un geologo sudafricano al servizio della Falconbridge Limited, una società mineraria canadese che cercava nichel e rame in Sudafrica, fu il primo che applicò la geofisica alla ricerca dei camini kimberlitici. Egli compì per la prima volta una prospezione aerea sul deserto del Kalahari, nel Botswana, e in pochi giorni scopri ben 66 camini. Fra questi il camino di Gope venne dichiarato di buon tenore grazie alla collaborazione con Gurney. Purtroppo però nel 1981, la Falconbridge cedette parte della proprietà alla De Beers e Jennings perse ogni ambizione nell’impresa, gli sfilarono il tappeto da sotto i piedi.
Intanto l’attenzione dei ricercatori si era rivolta verso il continente nord americano, dove erano conosciuti tre antichi cratoni e in varie località erano state trovate tracce di diamanti, nelle morene glaciali attorno ai Grandi Laghi, nel Kentucky, in Arkansas, nell’Ontario. Già nel 1978, la Superior Oil, società comproprietaria della Falconbridge, aveva cominciato a cercare diamanti in Nord America, prima nel Colorado, poi nella Columbia Britannica. Per parecchi anni molti ricercatori rivolsero la loro attenzione a cercare diamanti in Nord America, ma senza successo. C’era in quegli anni un detto: che l’america era un buon posto per vendere diamanti, ma pessimo per cercarli.
Anche la De Beers, stava in gran segreto facendo ricerche in Nord America, ma i dipendenti della De Beers avevano un gran problema. Non potevano entrare negli Stati Uniti a causa di una azione legale antitrust promossa dal Dipartimento di Giustizia di Washington, che accusava la De Beers di iniziative miranti a calmierare il prezzo dei diamanti. E gli Stati Uniti erano anche il principale mercato al mondo di diamanti finiti.
LE RICERCHE DIAMANTIFERE IN CANADA PORTANO AD INCREDIBILI RISULTATI
In Nord America, geologi molto competenti si erano fatti le ossa in un mercato libero e in università di alto livello. In Canada inoltre, operavano numerose piccole compagnie ribelli, dette juniores, che si quotavano in borsa con azioni molto economiche ( penny stock), considerate come biglietti della lotteria che avrebbero potuto convertirsi in grandi valori nel caso di una scoperta importante. Chiunque si fosse recato in una università canadese tra gli anni ’80 e ’90 si sarebbe reso conto di un fervore assolutamente unico. Tutti lavoravano il doppio del normale, il fine settimana tutte le luci erano accese e i laboratori erano sempre occupati. C’erano liste d’attesa di mesi per qualunque tipo di analisi.
Nel 1982, Charles Fipke, geologo canadese, ex dipendente della Falconbridge, fondò la Dia Met Minerals e si mise a cercare diamanti nel Cratone degli Schiavi, a nord di Yellowknife, la capitale dei Territori del Nord-Ovest. Nel 1989, dopo sette anni di ricerche, Fipke trovò grandi quantità di indicatori in una zona poco a nord del Lago di Gras, 450 km a nord est di Yellowknife. Tramite un prestanome, cominciò a prendere delle concessioni.
I Territori del Nord-Ovest sono il regno della tundra, una infinita distesa di permafrost, dove cresce poca o nessuna vegetazione. Vennero chiamate Barren Lands dai primi esploratori proprio per la totale assenza di alberi e la mancanza di suolo ( barren in inglese significa sterile). È coperto in buona parte da specchi d’acqua profondi pochi metri e la mancanza quasi totale di vita fa si che l’acqua sia praticamente acqua distillata.
Fipke poteva contare su l’aiuto, da Cittá del Capo, di Gurney che gli analizzava i granati. Inoltre fu il primo ad avere una splendida intuizione: siccome la kimberlite è più facile da erodere che le rocce circostanti e poiché tutte le Barren Lands erano state spianate per millenni da una spessa calotta glaciale, era probabile che i camini kimberlitici fossero stati erosi in maniera più intensa, risultando depressi. Le Barren Landssono disseminate da migliaia di laghetti ed alcuni erano effettivamente circolari. Ecco perché la loro scoperta resistette per tanto tempo alle ricerche di tanti geologi.
Nel 1990, quando Fipke trovò il primo laghetto, chiamò Hugo Dummet, esponente della BHP Minerals, consociata della Broken Hill Proprietary Company, una grande impresa mineraria australiana, e stipulò un accordo per lo sfruttamento del camino. Ma bisognava fare in fretta e guadagnare tempo, prima che tutti si riversassero nel grande nord a cercare diamanti. Il “segretismo” si fece paranoico, i prospettori di Fipke indossavano tute mimetiche. Il lago, che non aveva un nome, venne chiamato Point Lake, per ingannare altri cacciatori di diamanti, poiché già esisteva un lago con quel nome sulle carte geografiche.
Nel settembre 1991 cominciarono le trivellazioni a Point Lake e i risultati furono sconvolgenti. Avevano trovato un intero campo di camini ed erano molto ricchi. Di lì a poco si aprirà una immensa miniera, detta Ekati, che entrò in produzione nel 1998. Ekati ha una produzione stimata di 5 milioni di carati all’anno per 20 anni. Oggi la proprietà della miniera è per il 20% degli scopritori Charly Fipke e del suo socio Stuart Blusson, mentre il restante 80% è della BHP.
Nonostante le precauzioni di Fipke, l’intenso picchettamento delle concessioni attorno al Lago di Gras stava dando nell’occhio. Jennings fiutò le mosse di Fipke e nel 1990 anche lui cominciò a investire in quell’area e mandò Leni Keough, una giovane geologa ventottenne, a campionare. Leni trovò moltissimi indicatori, ma a Jennings mancavano i soldi. E anche la De Beers stava segretamente eseguendo ricerche nell’area.
Nel novembre del 1991, all’assemblea delle juniores di Toronto, Robert Gannicot e Grenville Thomas, due intraprendenti direttori di piccole juniores, entrambi di origine inglese, decisero di contattare Jennings. Era appena arrivata la notizia della scoperta della BHP e tutti si volevano cimentare in quell’impresa. Bisognava fare in fretta perché l’inverno era alle porte. Aprirono una società, la Aber Resources, e il 20 novembre i tre partirono per Yellowknife. Per non destare sospetti, Thomas e Jennings volarono in aerei differenti, albergarono in hotel differenti e cercarono di non farsi vedere insieme in pubblico. Se fossero stati visti insieme, la notizia avrebbe destato clamore e molto geologi avrebbero sospettato che ci fosse sotto qualcosa di grosso.
Con temperature attorno ai 40 sotto zero e ostacolati da una potente bufera, Jennings e compagni picchettarono, in pochi giorni, concessioni per 250.000 ettari, che nel giro di un paio di mesi arrivarono a 500.000 ettari. Grenville Thomas confessò che la sua, più che geologia era closeologia ( close in inglese significa vicino). I giacimenti tendono a stare vicini tra loro e dopo il ritrovamento di Fipke di Ekati, egli decise di picchettare tutto quello che ci stava intorno. Poi alla Aber, i soldi finirono.
Le concessioni minerarie vanno richieste allo stato, ma queste non vengono concesse se la società non è in grado di recintare il terreno con picchetti di legno a cui siano state applicate le regolamentari targhette di metallo. Mentre normalmente i picchetti dovevano essere piantati nel terreno, per la fretta si fece il cosiddetto picchettamento aereo, cioè i picchetti venivano lanciati dall’elicottero. Fu una gara contro il tempo, contro la tormenta e contro la De Beers che nello stesso periodo picchettò i suoi lotti. Oltre un milione di ettari di concessioni vennero richieste tutto intorno ad Ekati.
Oltre alle concessioni, anche l’affitto degli elicotteri, il carburante e gli operai, erano spese interminabili e la borsa nei primi mesi della febbre dei diamanti nel grande nord, fu molto cauta. Così Thomas, Jennings e Gannicot decisero di cercare un socio in grado di sostenere tutte le spese, comprese quelle immense dell’estrazione, e optarono per la più grande società mineraria del mondo, l’inglese Rio Tinto, già proprietaria della miniera di Argyle in Australia. Appena la Rio Tinto si lanciò nell’affare, la borsa esplose e una febbre prese convulsamente tutto il grande nord che si riempì di esploratori.
Nell’estate del 1992 la BHP annunciò il ritrovamento di nove camini diamantiferi, ma alla Aber ancora niente.
I DIAMANTI DI DIAVIK: FINALMENTE!
Nella primavera del 1994, Eira Thomas, la figlia di Grenville, lavorava come geologo capo al campo base della Aber, sulle rive del Lago di Gras. Aveva 24 anni e si era appena laureata in geologia.
Alla Aber era in corso una trattativa per una fusione con la DHK, un gruppo di juniores che aveva vaste concessioni vicine a quelle della Aber. Ma la fusione era un’ultima spiaggia, perché la DHK godeva di una maggiore forza in borsa. Eira doveva evitare la fusione e l’unica maniera era trovare un giacimento che rendesse forte la Aber. E così mise il turbo.
Il 27 aprile si cominciò a trivellare una anomalia magnetica denominata A-21 sotto le acque gelide del Lago di Gras. I trivellatori cominciarono a lavorare 24 ore al giorno. Inoltre il ghiaccio si stava sciogliendo e questo metteva ancora più fretta alle squadre. Alla fine i risultati furono positivi, si trattava di un camino diamantifero.
Però gli investitori davano segni di impazienza. Servivano dati più concreti per verificare il giacimento e quantificarlo. Eira decise, contro l’opinione di tutti, di trivellare la piccola anomalia A-154, molto vicino alla A-21, che poteva essere un camino gemello. Una prima trivellazione diede esito negativo, ma Eira si ostinò e decise di trivellare di nuovo la stessa anomalia. Visti i costi di una trivellazione nel grande nord, e visto che le spese erano a carico della Rio Tinto, questa fu una decisione alquanto azzardata. Tutti erano contro di lei, sia al campo base che nella società. Tuttavia era lei il capo e alla fine si trivellò.
Quando le portarono le carote dell’ultima trivellazione, il campione era così ricco che vi trovarono un diamante di due carati, sebbene in genere le carote contengono al massimo microdiamanti.
Il campo base venne immediatamente sigillato e la notizia non venne comunicata neppure al padre di Eira, Grenville, per il timore che una telefonata venisse intercettata. Eira dormì con la carota sotto il cuscino e il giorno seguente volò immediatamente a Vancouver per mostrarla a suo padre.
Eira aveva scoperto Diavik, il gruppo di camini diamantiferi con il più alto tenore al mondo, quasi 5 carati per tonnellata. Si calcola che i camini kimberlitici sotto il lago di Gras contengono diamanti per 138 milioni di carati e forniranno diamanti grezzi per 400 milioni di dollari all’anno per 20 anni.Sfruttare il giacimento di Diavik nelle Barren Land però, a 200 km dal circolo polare artico, non è cosa da poco. Il sito è connesso alla capitale per via di terra solo in inverno per circa dieci settimane, tra febbraio e marzo da una strada privata mantenuta dalle compagnie che ne fanno uso. In questo periodo è in funzione una strada per i rifornimenti, costituita per il 75% da ghiaccio. Durante il resto dell’anno l’unico mezzo di trasporto è l’aereo o l’elicottero, ma i macchinari pesanti e le attrezzature della miniera e del campo base devono essere trasportati per terra con immensi camion. La zona del camino kimberlitico è stata drenata dall’acqua, ma poichè il Lac de Gras è molto esteso, dovettero costruire una diga di circa 4 km, tutta attorno al giacimento, la cui costruzione durò quasi due anni. In inverno, le temperature sono così rigide che le grandi macchine scavatrici e le trivelle che lavorano nella miniera, non possono fermarsi mai, altrimenti rischiano di crepare l’acciaio. Tutte queste difficoltà portarono via molto tempo e l’estrazione dei diamanti cominciò solo nel dicembre 2002. Nel maggio 2003, Diavik ha fatto il suo primo milione di carati.
La Aber riceve il 40% delle gemme estratte a Diavik che nel 2006 produsse quasi 10 milioni di carati. Le pietre sono di una qualità così buona, che nel 1999 la società newyorchese Tiffany firmò un contratto per l’acquisto di 50 milioni di dollari all’anno per 15 anni. Ma la cosa più importante è che la Aber vende direttamente a Tiffany senza passare per la DTC, il Diamond Trading Company di Londra, società controllata dalla De Beers, che gestiva la valutazione e la vendita all’asta di quasi tutti i lotti di grezzi in circolazione sul mercato.
Nel 2002, oltre 300 camini kimberlitici erano già stati scoperti nei Territori del Nord-Ovest, dei quali tra i 15 e i 25 con potenziale economico.
Insieme, Diavik e Ekati producono oggi circa il 15% in valore dei diamanti etratti in tutto il mondo. Successivamente anche nel vicino stato di Nunavut furono trovati diamanti e nell’agosto 2006 venne aperta la Jericho Mine, la terza più grande miniera canadese. Queste scoperte hanno fatto del Canada il primo paese al mondo come riserve diamantifere e il terzo come produzione, dopo Botswana e Russia, sorpassando il Sudafrica.
Nel luglio 2000 il fracasso del cartello De Beers era talmente chiaro, che Nicky Oppenheimer fu obbligato a dichiarare che “a causa dell’apertura di nuove fonti, specialmente in Canada, è ormai evidente che un ruolo di controllo del mercato diamantifero non può più essere sostenuto.”. Oggi oltre il 50% della produzione diamantifera mondiale è fuori dal controllo De Beers.
A differenza che in Africa e in Russia, in Canada le compagnie minerarie devono rispettare forti controlli sulla sicurezza sul lavoro e sul rispetto medio ambientale. Alla Diavik, per esempio, nemmeno un incidente è stato rilevato dall’inizio dei lavori. Per questa ragione i diamanti canadesi sono considerati eticamente corretti, soprattutto rispetto alle pietre africane che hanno finanziato per anni le guerre civili del Congo e della Sierra Leone spesso sfruttando la manodopera infantile. I Territori del Nord-Ovest sono il primo governo al mondo che certifica i propri diamanti come prodotti e tagliati nel proprio territorio. Il certificato di “ Canadian Arctic Diamonds” inciso al laser sulla cintura della gemma, offre alla quotazione delle pietre un premio compreso tra il 5% e il 30%.
Oggi il Kimberly Process certifica l’origine dei lotti di diamanti grezzi con un complesso sistema di tracciamento dei lotti, al quale ogni commerciante di pietre deve attenersi. Il Kimberly Process serve a garantire che le pietre non provengano da zone in conflitto di guerra.
A nessuna sposa farebbe piacere sapere che il suo anello di fidanzamento è servito a finanziare una guerriglia in Africa e che con i suoi soldi sono state comprate armi e uccise persone. Il Kimberly Process oggi è legge in 74 paesi, tuttavia l’origine canadese delle pietre vale più di qualunque certificato.
Numerose taglierie si sono installate a Yellowknife per garantire il completo controllo delle pietre in territorio canadese e assicurare i massimi benefici economici al paese. L’ultima importante acquisizione per Yellowknife è stata l’apertura nell’ottobre 2003 della taglieria Laurelton Diamonds di proprietà della gioielleria Tiffany.
Inoltre nei Territori del Nord-Ovest, le compagnie minerarie sono tenute a versare un contributo al governo dei nativi e ad assumerne una certa percentuale. Nel caso di Diavik si tratta del popolo dei Dogrib. Questi soldi servono per risarcire le popolazioni locali da quelle concessioni che calpestano i terreni normalmente usati per altri scopi, come per le migrazioni di animali (i Dogrib sono cacciatori) o per motivi religiosi.
Oggi Eira Thomas è detta “the Queen of Diamonds”, la Lara Croft dell’industria mineraria. È direttrice della Stornoway Diamond e dalle sue miniere escono diamanti per un milione di dollari al giorno. Nel 2004 si è tolta lo sfizio di comprare la catena di gioiellerie Harry Winston. La sua nuova socia è Catherine McLeod-Seltzer, un’altra donna dell’esplorazione mineraria che scoprì un immenso giacimento d’oro in Perù. Eira e Catherine continuano a cercare kimberliti in giro per il mondo.
BIBLIOGRAFIA
– Hart Matthew – Diamanti, biografia di una ossessione. Bompiani, Milano, 2002– Frolick Vernon – Fire Into Ice: Charles Fipke and the Great Diamond Hunt. Raincoast Books, Vancouver, 1999– Krajick Kevin – Barren Lands: An Epic Search for Diamonds in the North American Arctic. W. H. Freeman, New York, 2001
Tags: diamanti etici, ethical diamond, gioielleria belloni
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