“Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…”. Le abbiamo imparate a memoria un po’ tutti, le parole con cuiOmero inizia la sua Iliade. Un proemio che, per costrutto classico, parte dall’invocazione della Musa ispiratrice, Calliope.Dalla bella voce, questo il significato del suo nome, è colei che canta al poeta e lo ispira nella realizzazione della sua opera. E non è un caso che essa si esprima in forma di musica. Il canto ha quell’espressività melodica, in grado di restituire armonia al caos del mondo. Allo stesso modo, l’atto diviene creativo, nel momento in cui guada il caos, e approda all’altro argine del fiume, quello nel quale trova struttura il proprio vissuto. Un processo di conoscenza e ricordo, che si connette alla matrice generativa delle muse. Figlie di Zeus, creatore di ogni cosa, e di Mnemosine, personificazione della memoria, esse sono frutto della conoscenza e risultato del ricordo. Ed è da questi due appaiati processi che si genera l’opera d’arte: una ricostruzione dell’esperienza fatta del mondo, operata attraverso il lume della conoscenza. Ma se la musa reca ispirazione attraverso la musica, possiamo dire che i due fattori, musica e ispirazione, siano due volti della stessa medaglia, e che dunque la musa sia esattamente “illuminazione armonica”? “E d’un tratto capii che il pensare è per gli stupidi, mentre i cervelluti si affidano all’ispirazione”, sosteneva Alex in Arancia Meccanica, illuminato così dalla musica di Beethoven. La musica come aiuto, risoluzione del caos, ispirazione del costitutivo di mondo che è l’opera d’arte. Ma facciamo un passo indietro. Perché il genio creativo dovrebbe giungere solo attraverso l’armonia musicale? Perché è irresistibile. Non vi convince? Prendiamo il mito di Orfeo. Disperato per la morte della moglie, Euridice, Orfeo canta canzoni struggenti ad Ade per convincerlo a restituirgli l’amata. Ade, toccato dall’intensità di quei suoni, acconsente, a patto che Orfeo cammini davanti a lei e non si volti a guardarla finché non fossero alla luce del sole. Ma Orfeo non ci riesce, si volta e vede l’anima di Euridice sprofondare nell’Ade. A prescindere dalla tragica fine,Marcuse nel suo “Eros e civiltà” coglie un aspetto a noi funzionale. Riferendosi a Orfeo, lo definisce come “la voce che non comanda ma canta”, intuendo così un potere più alto che non si avvale di alcuna repressione o violenza per esprimersi. La musa reca quindi l’ispirazione attraverso il canto, proprio perché la musica possiede quella capacità di “ordinare” senza comandare, di giungere irresistibilmente al quid senza possibilità di sottrazione. Ma, nell’era della riproducibilità tecnica definita da Benjamin, esiste ancora la musa ispiratrice? In Filosofia della musica moderna,Adorno sostiene: «La musica leggera e tutta la musica destinata al consumo […] sembra che sia direttamente complementare all’ammutolirsi dell’uomo, all’estinguersi del linguaggio inteso come espressione, all’incapacità di comunicazione. […] Questa musica viene percepita solo come uno sfondo sonoro: se nessuno più è in grado di parlare realmente, nessuno è nemmeno più in grado di ascoltare […] la potenza del banale si è estesa sulla società nel suo insieme.» La musica di cui parla il filosofo è “prodotto di fabbrica”, destinato al consumo nel mercato in cui agiscono uomini vuoti, ammutoliti, che non hanno più nulla né da dire, né da ascoltare. Insomma la musa sembra essersi estinta, azzitita dall’incapacità di comunicare. Ma se questo fosse vero, l’arte sarebbe morta. Non è così. Forse la figura della musa ispiratrice c’è ancora e c’è persino in quella musica leggera che Adorno definisce sfondo sonoro. Vorrei sottoporvi come esempio, la prima traccia dell’album del 2009 di Marina Rei, Musa, che dà il nome all’intero cd. Trattandosi del brano di apertura, esso funge già da proemio epico, un’invocazione alla fonte di perdizione in grado di guarire e tormentare allo stesso tempo: la Calliope dell’era 3.0. Esattamente come la musa dei componimenti epici, l’ispirazione che essa induce è in grado di agitare il sonno e di assorbire completamente, a partire dalla razionalità del logos (“la mente che hai già catturato”), sino all’emotività del pathos (“ti darò ogni battuto”), passando per la narrazione del mythos (“sussurrami ancora i tuoi versi migliori”). E che dire dei versi che i Marlene Kuntz dedicano alla musa, nella canzone omonima? L’ispirazione giunge come follia, colei che sa far uscire dalla gabbia dorata della lucidità. E punto di contatto tra i due testi è che in entrambi i casi è amabile agitarsi tra le sue vesti e permane vivo il desiderio di restarci per sempre.
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