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Rassegna Nuova Musica: al Lauro Rossi, Boulez, il signore della struttura assente

Come si può, in tempi di assoluta incertezza, produrre musica che invece regali stabilità? La vita quotidiana sospesa tra lavori precari, aggrappata alla fugacità di un momento, pregna di instabililità emotive e relazionali, anche nelle note di un narratore dell’oggi deve necessariamente restituire l’immagine di una corsa funambolesca. Non solo, ma a quell’incedere incerto si deve aggiungere anche l’individualismo massificato che tanto fa da padrone nei talent show televisivi.


In questo, la musica del compositore francese Pierre Boulez, classe 1925, (fate un po’ voi i calcoli), è forse la colonna sonora più azzeccata delle nostre giornate. Un assaggio se n’è avuto ieri sera al Teatro Lauro Rossi di Macerata con Première Sonate e Anthèmes 1,rispettivamente eseguite e interpetrate dal pianista Ciro Longobardi e dal violinista Marco Rogliano.


L’impressione è quella di avere a che fare con una realtà frammentata come quella che ci circonda, dove l’assenza tematica stimola nell’ascoltatore il continuo bisogno di ricomporre la melodia, tentativo ahimè impossibile a realizzarsi. L’esecuzione solitaria prima per piano, e poi per violino, aprirebbe all’idea dell’assolo, eccellente regno del virtuosismo. E invece non v’è spazio per manifestazioni di onnipotenza; la frammentarietà costringe all’esecuzione sì parcipata, ma senza orpelli.
Nella sua interpretazione forse un po’ accademica, Ciro Longobardi ci introduce alla struttura assente di Boulez. Un continuo chiaro-scuro tonale che alterna velocità e lentezza, violenza e dolcezza, frastuono e silenzio. L’eccezionale lettura di Anthèmes 1, del giovanissimo Marco Rogliano, (meritatissimi gli applausi per lui), apre quasi ad un ventaglio di possibilità. L’irruenza, la melodia lenta, la ritmica pizzicata, il tremolio di corde accompagnate in vibrazioni acute, la frammentazione sonora che consente accenni quasi visionari di linearità solo nelle note allungate. Un percorso esaustivo nel regno di sir Boulez.


Lasciato Boulez si apre l’ultima parte del concerto, affidata all’improvvisazione di un pianista di eccezionale eclettismo. Si tratta di Thollem Mc Donas accompagnato da Marco Rogliano al violino, Francesco Dillon al violoncello, Daniele Roccato al contrabbasso. L’assenza tematica bouleziana rimane e si fa contaminazione e ricerca sonora. Nel gioco per opposizioni, gli strumenti entrano o escono dalla massa sonora, giocano sul continuo passo incerto e sporcano la loro voce affidandosi ora a ritmi sospensivi ora a oggetti che ne modificano il suono originale.


Il piano così finisce per suonare dalla sua pancia, mentre McDonas percuote le corde con una lattina. Il violino affilato quasi squittisce; il contrabbasso suona a percussione, il violoncellista ritma litanie facendo del suo corpo una sorta di portatore di tempi. Un passaggio di eccezionale intensità è quello che ricorda i suoni di un bombardamento. Il contrabbasso rumoreggia in percussione, il piano rende il fracasso ponendo del metallo tra le sue corde. Il violoncello prosegue sibilando come una bomba appena lanciata. Il lamento silenzioso del violino cresce, raggiunge la fase di massima cupezza e disperazione, poi gradualmente dilegua il buio e si spegne nel silenzio più assoluto.

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