Tra vitalismo e olismo vi è una netta distinzione, anche se nell’olismo, essendo contemplato il tutto, si rintraccia l’energia vitale o forza primaria che nel vitalismo governa la materia. Il vitalismo professa un aspetto ben specifico della complessità, ovvero l’idea della presenza di una energia primaria. L’olismo sottolinea che comunque per spiegare la “natura della vita” bisogna rifiutare qualsiasi metodo specifico, quindi anche quello vitalistico.
I primi concetti del futuro vitalismo sono rintracciabili nelle opere di Platone e di Aristotele; in particolare in quest’ultimo con l’entelechia quale anima o forma che pur essendo interna al corpo, non era il corpo e neppure qualcosa che possa essere separata dal corpo (monismo aristotelico). La naturopatia sposa il pensiero filosofico del vitalismo, secondo il quale tutti i processi vitali sono alimentati e governati da una forza chiamata Forza vitale. Altre volte assume il valore di energia vitale o di sostanza spirituale, di certo è facile rintracciare l’antica credenza che tutto ciò che esiste sia permeato da una energia primaria che “anima” ogni cosa.
Tale è l’animismo quale forma primitiva di concezione filosofica, nella quale ogni cosa è permeata da un principio vitale che gli infonde la vita; l’animismo può essere considerato la forma più arcana del vitalismo. Tutto ciò che esiste è in qualche maniera animato, e intelligente e cosciente; tale è il pensiero detto “panpsichismo”.
Quella che nelle varie culture tradizionali viene chiamata con i nomi prana nell’ayurveda, Qi nella medicina tradizionale cinese1, Ki nella medicina giapponese, Ruach in quella ebraica, Pneuma nella Grecia, Quintessenza nell’alchimia, Mana nella Melanesia ; sono termini esprimenti l’idea della presenza dell’energia vitale. In tutte le medicine tradizionali si rintraccia la presenza di un principio vitale contemplato dal vitalismo.
Nel pensiero filosofico occidentale sono molti i filosofi che esplicitamente o velatamente, direttamente o indirettamente si sono riferiti al concetto di una energia vitale. Alberto Magno (1205 ca. – 1280) filosofo e teologo tedesco, affermava che l’anima è anche una forma spirituale, e la convinzione dell’immortalità delle singole anime. Leibniz attribuiva una attività “dinamica, agente e continua” alla materia; Novalis e Schelling (sec. XIX) affermavano che la natura è governata da un principio vitale comprensibile solo attraverso l’intuizione, l’estetica o la mistica. Georg Ernst Stahl (1660 – 1734) che si oppose a Cartesio, asseriva che in ogni organismo vivente opera una “anima sensitiva” ed è questa a governare i processi fisiologici. Altro insigne vitalista fu Paul Joseph Barthez (1734 – 1806) che sosteneva la presenza di un principio vitale generale, che fondava e governava le funzioni dell’organismo, senza che ci fosse necessità di governarle attraverso le capacità conoscitive.
Un vitalista che si basava sull’interazione dei quattro elementi “terra, acqua, fuoco e aria” fu Charles Bonnet (1720 – 1793) che ipotizzò il concetto di “Scala naturale” nel quale a partire dagli elementi di base la vita si manifestava secondo il grado di importanza e l’uomo ne rappresentava l’ultimo piolo. Johann Gottfriedn Herder (1744 – 1803) allarga il concetto animista alla natura intera, così oltre ad un principio vitale presente nell’uomo, viene anche concepita “l’anima del mondo”.
Anche l’omeopatia fondata da Samuel Hahnemann (1755 – 1843) accetta il postulato della presenza del “Principio Vitale”. In Bergson (1859 – 1941) rintracciamo a pieno titolo il fondamento che l’intera creazione sia fondata sull’energia. Questo impulso continuo che il Creatore genera viene chiamato “Slancio Vitale” ed è la forza e la potenza che Dio esercita sulla creazione; anche la materia è il risultato di tale energia cristallizzata. Ogni cosa è pervasa dallo slancio vitale che porta a crescere, migliorare ed evolversi. Questo slancio è pura energia, subordinata a niente e quindi completamente libera e spontanea. “E’ necessario comparare la vita ad uno slancio perché nessun’altra immagine, tratta dal mondo fisico, vale a esprimerne con altrettanta approssimazione l’essenza. Tale è la vita interiore e tale è pure la vita in generale. […] Così, da un immenso serbatoio di vita debbono slanciarsi senza posa dei getti, ciascuno dei quali, ricadendo, è un mondo. L’evoluzione delle specie viventi, nell’interno di questo mondo, rappresenta ciò che sussiste della primitiva direzione del getto originario, e di un impulso che si continua nel senso inverso alla materialità”. (Bergson, L’evoluzione creatrice).
E’ nell’opera “Le due fonti della Morale e della Religione” che Bergson sublima il suo pensiero e coglie nell’amore il fine ed il rimedio di ogni cosa. “Sono stati chiamati all’esistenza degli esseri, che erano destinati ad amare e ad essere amati, perché l’energia creatrice si deve definire per mezzo dell’amore. Distinti da Dio, che è questa stessa energia, essi non potevano sorgere se non in un universo, ed è questa la ragione per cui ha avuto origine l’universo”. Interessante è il concetto di energia che Bergson esprime nell’opera ”L’evoluzione creatrice” per spiegare come lo slancio vitale si manifesta: “La vita tutta, sia animale che vegetale, in quel che ha di essenziale, appare, pertanto, come uno sfogo per accumulare energia e per sprigionarla poi in canali flessibili, deformabili, all’estremità dei quali essa effettuerà lavori infinitamente vari”.
A questo punto si potrebbe asserire che ciò che è stato affermato dai vitalisti sia il frutto di elucubrazioni mentali di filosofi, e qui viene il bello, perché nel tempo si sono annoverati illustri uomini di scienza quali biologi e medici che professano il vitalismo, tra loro si rintracciano numerosi docenti universitari ed anche un premio Nobel per la medicina. Passiamone in rassegna alcuni.
Georg Ernst (1660 – 1734) medico e chimico tedesco, docente universitario, medico del re di Prussia Federico Guglielmo I, sostenne le teorie vitalistiche, affermando che esiste qualcosa sotto forma di energia vitale che si differenzia dai processi fisico-chimici, posto al servizio degli esseri viventi.
All’università di Padova il chimico Giacomo Andrea Giacomini (1746 – 1849) affermava la presenza di una forza vitale deputata al mantenimento delle funzioni biologiche: “Le parti viventi sono sotto una forza che alle leggi fisico-chimiche interamente contrasta, che finchè essa dura, durando questa vita, queste influenze fisico-chimiche sono sospese; perché infine la forza vitale non è secondaria alla organizzazione né risultante dalle forze generali, ma primaria e dirigente e determinante l’impasto organico, ed opponentesi agli esterni influssi”. (1833, pp. 69-70). Giacomini, quale esponente del vitalismo, affermava che questa particolare “forza” non aveva nulla a che spartire con le forze classificate dalla fisica. Si trattava di un quid portatore delle funzioni vitali di ogni essere vivente.
Il concetto di energia vitale si ripresentava in versione più elaborata con Hans A.E. Driesch (1867 – 1941) biologo, docente universitario, che si contrappose al darwinismo con la teoria del vitalismo dinamico, con la “dottrina dell’autonomia della vita” nella quale insisteva nell’autonomia a carico di una certa energia che chiamò “entelechia” nome già usato da Aristotele, ma che non aveva nulla a che spartire con l’entelechia aristotelica: “L’autonomia vitale, cioè la presenza di processi che non si possono ridurre alla categoria dei processi naturali fisici e chimici o a combinazioni di questi e che quindi rivelano una legge propria”. (1912, p. 247). Altro vitalista fu il biologo Johann Jakob Uexküll (1864 – 1944), professore di medicina ad Amburgo.
Hans Driesch, filosofo e biologo tedesco (1867 – 1941) condusse studi sperimentali di embriologia e affermava che a monte di ogni processo vitale vi è un principio vitale che non si può spiegare facendo ricorso ai modelli della scienza. Docente universitario, studiò lo sviluppo dei ricci di mare e nel rispondere ai quesiti che regolano lo sviluppo dell’embrione ricorse alla spiegazione che solo qualcosa di immanente e immateriale potesse governare i complessi processi di sviluppo. Scrisse: “La localizzazione degli eventi morfogenetici, una prova di accadimenti vitalistici” (1899) e “Corpo e anima” (1916).
Il medico Alexandre Salmanoff (1875 – 1964) nei primi anni del 1900 asseriva: “Guardando senza preconcetti i processi vitali nell’organismo umano, con le sue reazioni biochimiche, la sua emo-dinamica adattata, calcolata, diretta, regolata, con i suoi innumerevoli fenomeni di diffusione, di osmosi, con le sue oscillazioni di equilibrio acido-basico, con la sua respirazione cellulare, i suoi riflessi incessanti, la sua regolazione corticale, ancora se ci si rende conto della costante fisico-chimica del protoplasma vivente, siamo obbligati ad accettare il vitalismo”.
Per Salmanoff tutte le malattie erano dovute, direttamente o indirettamente da problemi a carico dei capillari venosi, che secondo il suo pensiero, essendo contrattili e pulsanti venivano considerati dei “micro-cuori”. Depurare il sangue intervenendo sui capillari era il compito, di quello che egli definì “medico lavandaia” o “medico idraulico”. Egli si oppose alle vaccinazioni e agli antibiotici. Pur essendo un medico si oppose alla pratica medica diffusa che appellava quale “cieca, sportiva, solo alla ricerca di record spettacolari”.
A parziale sostegno del vitalismo si manifesta uno scienziato contemporaneo, Georges Canguilhem (1904 – 1995) grazie alla sua formazione in filosofia oltre che in medicina. Docente universitario a Strasburgo e successivamente in Francia alla Sorbona, sosteneva l’irriducibilità della spiegazione della conoscenza del vivente, che con la propria individualità manifesta se stesso. In tal guisa si oppose al concetto di normalità e al ricorso alla statistica, due elementi altamente affermati nella medicina ufficiale.
Esponente di rilievo del vitalismo è stato il contemporaneo Sir John Carew Eccles (1903 – 1997), il famoso neurofisiologo australiano, insignito dal premio Nobel per la medicina nel 1963, per le scoperte sui meccanismi di stimolo e inibizione delle cellule nervose dell’uomo. L’incontro con il grande pensatore Karl Popper (1902 – 1994) e la teoria dei “tre mondi”2 lo portò a cercare i meccanismi che consentono il passaggio dall’esperienza alla coscienza, ovvero di rintracciare come dal “macchinario neurotico” si giunge alla consapevolezza, che per natura è invece un processo mentale. Insieme a Popper ha scritto il libro “L’individuo e il suo cervello” (1977). Nella sua ipotesi il rapporto mente–cervello avviene tramite un dualismo interattivo che rimanda al dualismo materia-energia. “La mente cosciente è «sintonizzata» per esercitare un’attività di decifrazione dei messaggi trasmessi dalla moltitudine di moduli che si trovano soprattutto nell’emisfero cerebrale dominante.
La mente cosciente seleziona secondo la sua attenzione e il suo interesse i moduli di cui vuole ascoltare i messaggi e di momento in momento integra la sua selezione per dare unità anche alle più fugaci esperienze. Inoltre la mente cosciente agisce su questi moduli modificando i loro dinamici schemi spazio-temporali. Da ciò l’idea che la mente cosciente esercita un ruolo superiore di interpretazione e di controllo. Una componente-chiave dell’ipotesi è che l’unità dell’esperienza cosciente è data dalla mente consapevole e non dal macchinario neurotico situato nell’area di collegamento dell’emisfero cerebrale. Fino ad ora non è stato possibile sviluppare una teoria neurofisiologica che spieghi come una certa quantità di eventi diversi del cervello possa esser sintetizzata in modo da costituire esperienza consapevole, unitaria, di carattere globale”. (Eccles J. Nei meandri del cervello alla scoperta della mente).
L’ipotesi di Eccles arriva a supporre la presenza di cellule immateriali e quindi energetiche che rappresentano la via di comunicazione per i sentimenti, pensieri, eccetera, ovvero dell’attività mentale. Possiamo considerare questo sistema, una specie di mondo parallelo a quello nervoso, ovvero ciò che dai tempi più antichi è stato chiamato anima o psiche, difatti queste specie di cellule sono state chiamate “psiconi” e a detta dello scienziato: “Gli psiconi sono legati da una stretta correlazione, e formano un vero mondo a parte nel cervello”.
Una ipotesi, quella di Eccles, sconcertante per i positivisti anche perché giunge da un grande luminare della scienza che tratta tale argomentazione ricorrendo ad un linguaggio scientifico di alto livello. Certo non mancano i riferimenti ai dilemmi filosofici e mistici, d’altronde quando il discorso si sposta sui concetti di energia vitale, consapevolezza, morale, eccetera, non resta che filosofare.
“Nella mia opera The human mistery (1978) ho sostenuto che anche se l’evoluzione, la genetica e la neuroembriologia possono dare un’idea di come sono costruiti i cervelli umani, non esiste alcuna spiegazione materialistica che ci spieghi la creazione di esseri capaci di produrre esperienze, ognuno dotato di un irripetibile «ego» o «anima». A questo punto dobbiamo rivolgerci ad una spiegazione di tipo religioso, prendendo in esame la considerazione di una creazione soprannaturale dello spirito che per qualche processo assolutamente inspiegabile viene ad essere unito al cervello umano e per ognuno di noi diviene il nostro cervello e da quel momento in poi lo sarà per tutta la vita. Dobbiamo di nuovo rivolgerci alla religione se consideriamo ciò che avviene al momento della morte, quando il dramma dell’intima unione mente-cervello che è stato in noi durante tutta la nostra vita termina con la decomposizione del cervello. Potremo chiederci: c’è una decomposizione dell’anima o c’è una qualche inimmaginabile esistenza futura?” (Ibidem).
E con ancora più coraggio scrive: “Io credo che il nostro io sia una creazione soprannaturale, sia cioè quello che la religione definisce anima”. Tra i vitalisti contemporanei menzioniamo anche il medico canadese Hans Selye, che negli anni Quaranta dimostrò come il sistema endocrino viene chiamato in causa quando si instaurano agenti stressori, con inibizione dell’asse ipotalamo-surreni e organi genitali. Tale interrelazione venne chiamata da Selye “sindrome generale di adattamento”.
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