Come succede che una relazione liberamente scelta, soddisfacentemente intima, di gioiosa condivisione affettiva e sessuale, ne diventi col passare del tempo un contesto di solitudine, insoddisfazione e disarmonia? Proviamo a fare insieme alcune considerazioni, sicuramente non esaustive, che prendono spunto dall’esperienza clinica in materia e che possano aiutarci a trarre qualche conclusione esplicativa.Dal momento in cui si istaura nel rapporto di coppia un intenso coinvolgimento affettivo (tale da stimolare nei suoi integranti un progettarsi guardando verso la stessa direzione esistenziale), si creano delle “regole” (la maggior parte delle quali implicite) seguendo la dinamica dell’interinfluenza reciproca dei comportamenti. Allora gli sforzi maggiori sono incentrati sulla costruzione di un linguaggio comune (del consenso), affinché venga data continuità e un senso di conferma personale reciprocamente condivisi all’interno del rapporto. In effetti, è così che si mette in piedi un contesto relazionale di intimità tale da favorire sostegno psicoaffettivo e sessualità tra i membri della coppia. Si può individuare questa, come la fase dell’ “amore romantico”, in cui sembrerebbe non vi siano differenze inter individuali (non solo quelle indesiderate o inopportune ma anche quelle sconosciute da scoprire).Va detto che nel bagaglio culturale delle società occidentali, è fortemente consolidata e promossa la logica relazionale secondo la quale la convivenza umana soddisfacente implica l’osservanza del culto all’omogeneità interpersonale, come premessa di garanzia per il raggiungimento di un rapporto gratificante. La diversità interpersonale è concepita come minacciosa e destabilizzante, sinonimo di conflitto e disconferma, mai come ricchezza e stimolo, potenzialmente evolutiva. I rapporti di coppia in genere comunque, si organizzano e consolidano nella complementarietà dei comportamenti relazionali, venendo a strutturarsi in una sorta di “equilibrio omeostatico” in grado di dare a coloro che ne fanno parte, certezza e prevedibilità. Non è un caso appunto che l’individuazione del partner obbedisca ad una selezione più o meno consapevole, in funzione di tratti o peculiarità che andrebbero a completare reali o ipotetiche mancanze personali.In più, il rapporto di coppia è una realtà comunque sempre fluida e dinamica, perché composto da individui in costante divenire e inserito in un contesto sociale tutt’altro che statico. Esso deve confrontarsi quindi con una dimensione altrettanto presente, quella del cambiamento e dell’imprevedibilità. Ignorare la compresenza delle due dimensioni di stabilità e cambiamento, così come della impossibilità di ovviare le diversità necessariamente presente tra i protagonisti del rapporto, ci può portare ad avere a che fare con alcune delle seguenti realtà relazionali (fonti di conflittualità e sofferenza):1.Il rapporto si struttura sulla base di una pretesa di correggere i “difetti” (leggere differenze interpersonali) che l’altro ci fa vedere, creandosi una dicotomia estrema o polarizzata di posizioni (ad esempio: lei emotiva, lui razionale). Ogni membro della coppia cerca di correggere i comportamenti percepiti nell’altro, estremizzando la propria posizione all’interno della relazione. In effetti, il comportamento “sconveniente” percepito, va attivamente confrontato (“io devo minimizzare ciò che percepisco come fuori luogo per far sì che le cose riacquistino una dimensione più equilibrata”). A sua volte, dall’altra parte l’altro sente di non essere apprezzato o riconosciuto per com’è per cui non gli resta altro che enfatizzare il proprio modo di agire per far sì che le cose acquistino una dimensione veramente “più equilibrata”, di conferma e… così via fino all’esasperazione. In questo modo, ognuno di loro resta intrappolato nella propria interpretazione e individuale, squalificando l’altro. Una conseguenza di questo processo in atto è il vissuto di abbandono e solitudine esperimentati nell’esercizio della risoluzione di aspetti del vivere insieme quotidiano.2. Ci si “dimentica” il fatto che lo stare insieme comporti una continua deriva, un divenire permanente, alimentando l’illusione di poter sapere in anticipo sia le motivazioni sia l’intenzione dei comportamenti del partner, in nome dell’esperienze vissute lungo la storia del rapporto. In questo ordine di idee viene stimolato il disinteresse a comunicare, creandosene le condizioni per arrivare ad essere effettivamente incapaci di contribuire alla soluzione di quelle difficoltà relazionali (a questo punto) divenute cicliche e ricorrenti. Secondo questa logica (leggere pregiudizi), è preferibile vivere nel mondo delle congetture (percepite dalla persona come delle anticipazioni realistiche), perché comunque “non sono io a provocare i conflitti”.Senza dubbio spaventa il costante cambiamento e l’incertezza: è inquietante non avere punti di riferimento fermi perché è molto faticoso dover sempre fronteggiare il nuovo, l’inaspettato, inventando o cercando spiegazioni sempre nuove che ci portino ad essere aperti alla novità, co-costruendo quella relazione in grado di evolvere assieme e grazie a chi ne fa parte. Non farlo può consolidare una graduale e progressiva caducità del rapporto, il che comporta sfortunatamente sofferenza e solitudine.
Tags: coppia, psicoterapia, salute mentale
Roma, 9 ottobre – A seguito del ricorso della Ici,…
Covid, analisi francese su The Lancet lancia dure accuse a…
La madre più giovane del mondo che ha partorito all’età…
Your email address will not be published.
Δ