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Panico: il disturbo più imbarazzante che ci sia

In questo articolo tratteremo una della sensazioni di paura più diffuse di sempre: il panico. Chiunque ne soffra, vive periodi altamente ansiosi e di grande disagio. Basta leggere libri come “Non c’è Notte che Non Veda il Giorno” (Giorgio Nardone), “Ansia e Panico: una sfida da vincere” (Roberto Paganelli e Cristina Orel), “Attacchi di panico” (Roberto Paganelli), “Panico, Istruzioni per l’Uso” (Gianni Lanari, Barbara Rossi e Pietro Adorni), “Ricomincia da Te” (Enrico Rolla)… Per leggere di questo comune disturbo d’ansia, dalla natura improvvisa ed episodica.

Il panico nella storia
A proposito di libri e manuali, nel Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali gli attacchi di panico vengono classificati come “panic attack/s (PA/s) o “panic disorder PD” e rientrano rigorosamente nella classe di disturbi d’ansia. Si calcola inoltre che oltre 10 milioni di italiani abbiano subito uno o più attacchi di panico. Nonostante la sua larga diffusione, forse non tutti sanno che il panico non è affatto una patologia di recente generazione. Intorno al 400 a.C. già l’illustre medico Ippocrate parlava di isteria, descrivendo sintomi perfettamente in linea con gli attacchi di panico. Diverse sono anche le denominazioni date al disturbo in questione: nel 1700 Boissier De Sauvage usò il termine “vertigine isterica”, Culen parlò invece di “nevrosi funzionale”, mentre Krishaber di “neuropatia cerebro-cardiaca” (tra il 1872 e il 1873).
Subentra in seguito il medico militare Jacob Mendes DaCosta che descrisse una patologia dal nome di “sindrome del cuore irritabile” (o “nevrosi cardiaca” o ancora “sindrome di DaCosta”), osservata soprattutto nei soldati durante la guerra civile americana.

Il panico secondo Sigmund Freud
Colui che si è più avvicinato alla definizione odierna del panico è invece Sigmund Freud, nel 1895; proprio lui introdusse il concetto di nevrosi d’ansia, simile al disturbo descritto nel suddetto Manuale diagnostico statistico dei disturbi mentali. Il panico è quindi una sensazione di paura o terrore che scatta improvvisamente di fronte a un presunto pericolo, portando il soggetto a compiere atti avventati o inconsulti; prevale sulla ragione e sulla logica di pensiero e da vita a importanti sensazioni d’ansia, di agitazione frenetica. Fu lo psicoanalista più celebre di sempre a notare inoltre una relazione tra gli attacchi di panico e l’agorafobia (descritta come la paura dei luoghi aperti o di piazze, deserte o affollate).

Attacchi di panico con o senza agorafobia?
Ebbene si: non di rado al disturbo di panico si associa la condizione psicopatologica chiamata agorafobia. Entrambi sono disturbi d’ansia ed entrambi scattano in contesti o luoghi dai quali risulterebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non esserci nessuno pronto ad intervenire in caso di un attacco di panico. Chiunque soffra di questi disturbi tende ad evitare situazioni come l’essere fuori casa da soli, lo stare in mezzo alla folla o in coda al supermercato, viaggiare in auto o con altri mezzi di trasporto o ancora situazioni costrittive, quali ad esempio luoghi chiusi e angusti.

Quali sono i sintomi del panico?
Presenza o assenza di agorafobia, il disturbo del panico esordisce solitamente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta e colpisce soprattutto le donne. Data la singolarità degli attacchi, spesso non viene riconosciuto e pertanto neanche curato. Tra la sue peculiarità, senz’altro l’insorgenza improvvisa di svariati sintomi, come: tremori fini o grandi scosse alle braccia e alle gambe; dolore e fastidio al petto; sudorazione; sensazione di soffocamento; respiro corto o sensazione di asfissia; sensazione di sbandamento o di svenimento; palpitazioni e tachicardia; paura di morire; sensazioni di torpore o formicolio; nausea e dolori addominali; sensazioni di irrealtà e, di distacco dall’ambiente; vampate o brividi; principio di ipertensione o ipotensione; paura di stare sempre peggio e di non riuscire a riprendersi; formicolio agli arti o alle mani.

10 minuti e tutto passa
Si, è vero: sono davvero numerosi i sintomi tipici del disturbo di panico, ma è anche vero che nell’arco di 10 minuti raggiungono il loro culmine, per poi svanire completamente. Non restano segni evidenti dopo l’attacco, se non l’enorme paura da parte del soggetto di rivivere un altro attacco. Sebbene spiacevole, il disturbo in questione non costituisce di per se un pericolo. Un singolo attacco, inoltre, non è sufficiente per diagnosticare la “nevrosi d’ansia”. In particolare, è importante che vengano “soddisfatti” determinati criteri: la presenza di inaspettati e continui attacchi di panico è seguita da una significativa alterazione del comportamento; il disturbo di panico può manifestarsi anche in assenza dei timori tipicamente agorafobici; gli attacchi di panico non devono essere causati dagli effetti fisiologici diretti da una sostanza o di una specifica condizione medica (si pensi all’abuso di droghe o all’ipertiroidismo); gli attacchi di panico non vanno “confusi” con altri disturbi mentali, come la Fobia Sociale.

Disturbo di panico: quali sono le conseguenze?
Prima di procedere con le conseguenze del disturbo di panico, va precisato che a chiunque in condizioni di estremo pericolo può capitare un attacco; ma ciò non è sufficiente per fare diagnosi affrettate (ed errate!). Le persone affette dalla nevrosi d’ansia tendono a vivere in solitudine e sentono la propria esistenza pesantemente condizionata: evitamenti, comportamenti protettivi, esercizi di respirazioni sono “strategie” messe in atto per fronteggiare la patologia. Tuttavia, non sempre queste stesse strategie si rivelano efficaci, dal momento che potrebbero peggiorare la situazione e favorire l’inasprimento dei sintomi, nonché della qualità di vità del soggetto in questione. Inoltre, la dipendenza da figure protettive, eventuali rinunce ad importanti opportunità (non solo lavorative), incidono impietosamente sull’umore e l’autostima della persona.

Panico: qual è il migliore trattamento?
Quanto scritto finora potrebbe indurre a pensare che il panico sia una condanna inesorabile a tutti gli effetti. Ma non è così. Di fatti, se opportunamente trattato, in gran parte dei casi, si riesce a convivere con il disturbo. Molti studiosi vedono nella terapia farmacologica e nella psicoterapia cognitivo- comportamentale gli approcci migliori. Nel caso del secondo trattamento, in particolare, è previsto un impegno attivo da parte sia del paziente che del terapeuta, mirato alla comprensione del problema e alla condivisione di obiettivi concretamente raggiungibili; il paziente verrà inoltre aiutato a prendere consapevolezza dei “circoli viziosi” del panico e a liberarsene gradualmente.

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