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Berlino: Holocaust Mahmal. Il monumento degli ebrei d’Europa assassinati.

L’Holocaust Mahnmal di Berlino sa coniugare in modo efficace l’esigenza di non dimenticare le atrocità della shoah con il bisogno di farlo in modo antiretorico, essenziale.
Il progetto di un memoriale è datato ancora al 1988/89, lanciato dalla pubblicista Lea Rosh con il sostegno, tra gli altri, di Willy Brandt, Gunter Grass e Christa Wolf.
Viene realizzato solo dopo diciassette anni e aperto al pubblico il 12 maggio 2005, su progetto di Peter Eisenman, architetto americano di origine tedesca le cui opere risentono di autori come Borromini, Balla, il Futurismo, soprattutto Marcel Duchamp, ma anche manifestano influssi delle scienze fisico-matematiche e della logica. Lo spazio occupato, tra la porta di Brandeburgo e Potsdamer Platz, al centro di Berlino, vicino al parlamento e al governo, non ricorda particolari eventi qui avvenuti legati all’olocausto, ma vuole sottolineare il carattere pubblico del Monumento, la sua destinazione sociale.
In una vasta area sono collocate 2711 stele di cemento, di base uguale ma di altezza variabile, tra i venti centimetri e i quattro metri, posizionate su un pavimento ondulato. Le stele sono molto vicine l’una all’altra tanto che è possibile il passaggio di una persona alla volta, costringendo immediatamente a un percorso solitario. Se a prima vista l’impressione può essere quella di trovarsi di fronte ad un imponente cimitero spoglio e grigio, entrando in esso a poco a poco cresce la sensazione di vivere un’esperienza che ti mette in gioco e ti destabilizza. Dopo un momento di esitazione, ognuno entra da dove vuole, non essendoci ingressi principali né uscite, né un percorso preordinato. A quest’assenza di regole si accompagna il disorientamento di chi si accorge di trovarsi in una sorta di labirinto, per di più camminando in un piano inclinato. Sembra di essere in una collina che evoca quella dei dormienti di Spoon River di Edgar Lee Masters, anche se là gli epitaffi raccontavano vite, storie, e qui invece domina il silenzio, la presenza anonima di tante vittime. Nessun ritratto è presente (come nel cimitero ebraico di Praga, dato che la religione ebraica lo vieta), ma non vi è neppure un simbolo; ogni retorica è deliberatamente evitata per lasciare il posto alla costruzione individuale di un percorso della memoria. Nel lato orientale del monumento si trova, in uno spazio sotterraneo, un Centro d’informazioni concernenti la politica nazionalistica dello sterminio dal 1933 al 1945. Vi sono quattro sale tematiche: nella prima si trovano quindici testimonianze autentiche di ebrei perseguitati, seguono poi, nella seconda, le storie di quindici famiglie ebree; la terza è la sala dei nomi. Si tratta di un ambiente buio in cui sono proiettati, sulle quattro pareti,nomi e brevi biografie delle vittime. L’ultima sala, quella dei luoghi, riprende, in fotografie e film, 200 aree geografiche di persecuzione e sterminio.
Sicuramente utile e ben allestito, ma di’impianto tradizionale, il Centro d’informazioni nulla aggiunge, tuttavia, alla potenza del “non detto” che caratterizza il Monumento, in parte spezzando e quasi disturbando, col suo esplicito parlato, quella intensa e intima emozione che era stata precedentemente raggiunta.

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