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La Cappella Sansevero un capolavoro senza tempo

Considerata seconda, come capolavoro, solo alla Cappella Sistina di Michelangelo a Roma, risulta essere invece prima nella classifica nazionale della Travel Choice di Tripadvisor, famoso vademecum dei viaggiatori. Turisti provenienti da tutto il mondo sono disposti ad attendere file interminabili lunghe spesso fino a 300 metri pur di ammirare gli affascinanti capolavori presenti in questa chiesa oggi sconsacrata ( come visitare Napoli e la cappella .
Ma cosa la rende così affascinante?
Secondo Fabrizio Masucci , proprietario e gestore della struttura, il successo della Cappella è dato dalla sua “esclusività” il percorso che viene fatto per arrivarci, Spaccanapoli, la rende ancora più suggestiva e affascinante agli occhi degli italiani, ma anche agli occhi degli stranieri, i quali grazie ai social media stanno imparando a conoscerla.
Particolare, barocca, brillante e misteriosa Cappella Sansevero lascia i turisti estasiati, stupiti ed emozionati.
La Cappella deve gran parte della sua straordinaria bellezza alla figura controversa ed ingegnosa del Principe Raimondo di Sangro , VII Principe di Sansevero, il quale nel 1744 decise di ricominciare i lavori per una rivisitazione della struttura. Collegata a palazzo Sansevero da un ponte sospeso, oggi crollato, è situata nel cuore del centro storico di Napoli, in via De Sanctis , nei pressi della Basilica di San Domenico Maggiore.
Raimondo di Sangro è stata una figura cruciale nelle decorazioni della Cappella, uomo d’armi, editore e Massone dedicò la sua intera esistenza alle sperimentazioni nei campi dell’arte e della scienza. Intorno alla sua figura si sono create storie e leggende che suscitano particolare interesse sull’ingegno di quest’uomo e allo stesso tempo sulla sua crudeltà. Si narra infatti, che spesso e volentieri il Principe si cimentava in esperimenti di varia natura riguardanti il corpo umano, come testimoniano le macchine anatomiche ovvero due corpi presenti nella struttura, dei quali è possibile osservare in modo molto dettagliato l’intero sistema circolatorio.
La leggenda narra che Di Sangro per questo esperimento decise di uccidere due dei suoi servi, un uomo ed una donna, facendoli poi imbalsamare al fine di mostrare ed osservare vene, arterie e capillari. Probabilmente questi esperimenti venivano condotti in compagnia di veri e propri dottori che affiancavano il Principe nelle ricerche.
Ed è proprio intorno alla figura magica e geniale del Principe che nasce anche la leggenda legata ad uno dei più grandi e spettacolari capolavori presenti nella Cappella, il famosissimo Cristo Velato, una straordinaria scultura nata nel 1753, per opera di un giovane e sconosciuto artista napoletano Giuseppe Sanmartino, al quale fu’ commissionata la realizzazione di “una statua di marmo scolpita a grandezza naturale, rappresentante Nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua” un’opera di inestimabile bellezza che ha attirato le attenzioni e l’ammirazione di artisti di tutto il mondo.
A rendere ancora più interessante e misteriosa la storia di questo capolavoro, sono le leggende che si sono diffuse col tempo , una in merito alla sua realizzazione, e l’altra relativa alla tragica fine del suo scultore. Secondo la prima leggenda infatti la realizzazione del Cristo Velato, va associata ad un accordo segreto di cooperazione tra l’artista napoletano ed il Principe, la creazione del velo che apparentemente sembra morbido, soffice e lascia intravedere il corpo e la sofferenza di Cristo, è da attribuire al Principe, il quale attraverso un processo alchemico ha contribuito alla “marmorizzazione” del Velo, rendendolo incredibilmente vero-simile.
In realtà lo splendore del Cristo Velato è esclusivamente opera del talento dello scalpello di Sanmartino che ha lavorato un unico blocco di marmo, la sua realizzazione è sicuramente anche e soprattutto frutto del suo committente e dello spiccato interesse che nutriva per il mondo dell’arte

La seconda leggenda sulla realizzazione dell’opera ripropone una storia di crudeltà fuori controllo del Principe, il quale dopo la realizzazione della statua, resosi conto dell’inestimabile bellezza del lavoro, decise di accecare il Sanmartino per evitare che potesse riprodurre per altri opere di altrettanta bellezza.

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