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I giochi survival horror più amati di sempre

La storia di gran parte del genere survival horror è caratterizzata da numerosissimi titoli che hanno cambiato il modo di intenderne sia le tematiche principali, che le meccaniche di gioco, contribuendo a ridefinire i canoni dell’avventura in sé e creando nuovi generi applauditi dal pubblico.
Alcuni dei capostipiti essenziali di questo filone vedono la loro nascita in periodi in cui l’architettura di PC e console non era ancora ampiamente sviluppata, ed anzi era proprio agli albori: possiamo prendere come esempio il gioco Project Firestart, basato sulla formula sempreverde e vincente d’azione completamente basata su un background futuristico, nato nell’ormai lontanissimo 1989 per piattaforma Commodore 64 e pubblicato da Electronic Arts.
La molteplicità delle situazioni previste, oltre alla struttura di gioco a biforcazioni, contenente molti elementi tipici dei canoni horror, ha fatto sì che Project Firestart venisse ricordato come capostipite in grado di infliggere serie mutazioni a quelli che poi sarebbero stati futuri titoli di ispirazione simile. Le trame di videogiochi tipicamente survival basate sullo spazio nascono principalmente dall’attenzione spasmodica del pubblico per le tematiche legate al potenziamento degli esseri umani nello spazio, unitamente allo sforzo prometeico di trascendere i propri confini.
Ritenuto invece diretto ispiratore della saga di Resident Evil, Sweet Home di Capcom, nato per piattaforma Nintendo 8bit nel 1989, è caratterizzato da un gameplay simile a quello costruito per un gioco di ruolo, partendo dall’ambientazione, tetra e colma di trappole, piena fino all’orlo di puzzle e presenze minacciose da scacciare. Il concept alla base di questo tipo di gameplay, al netto di alcuni tecnicismi minori, è pur sempre lo stesso di Resident Evil, punta di diamante del designer Shinji Mikami. Un altro titolo che ha ampiamente ispirato le dinamiche di Resident Evil, principalmente per le scelte alla regia ed alcune meccaniche sceniche, è un altro importante classico, Alone in the Dark, che vede le sue radici grazie ad Infogrames, nel 1992.
La visuale in third person, con i primi personaggi ed elementi di gioco costituiti da poligoni rendeva le inquadrature estremamente presenti da un punto di vista strategico, entrando ed uscendo dalla visuale per osservare e raccogliere un maggior numero di dettagli. Ricorderemo che la trama narrava di un artista, Jeremy Hartwood, ritrovato impiccato nella sua villa. Il motivo alla base di ciò venne archiviato come un semplice suicidio, ma la nipote Emily Hartwood non credette a queste conclusioni, così nei panni della ragazza oppure di Edward Carnby, investigatore privato, ci saremmo fatti strada nella magnifica villa svelandone i segreti.
Punto forte del titolo è costituito dalla possibilità di interagire con i nemici, perlopiù presenze zombiesche o comunque disturbanti, affrontandoli o semplicemente giocando d’astuzia con quanto l’ambiente di gioco ci rende disponibile, dai complementi di arredo a vere e proprie armi. La flessibilità di gioco e la ricchezza di particolari accomuna tutti questi “antichi” titoli capostipiti di un genere, il survival horror, che non cessa ancora di produrre nuove situazioni di gioco e beniamini per tutte le console, a livelli di popolarità notevoli.
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