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Con la legge 141 del 13 agosto 2010 si sancisce la definitiva morte dei mediatori creditizi

Con la legge 141 del 13 agosto 2010 si sancisce la definitiva morte dei mediatori creditizi. La legge, con la scusa di fare gli interessi dei consumatori in realtà amplifica ancor di più il potere delle banche che, alla fine, sono gli unici beneficiari di questo decreto legislativo che impone delle regole così restrittive che nemmeno in un regime comunista avrebbero avuto un senso.
Analizzerò questo decreto nella parte che ovviamente mi riguarda e cioè in quella che impone delle restrizioni pazzesche all’esercizio di una professione, quella del mediatore creditizio, che francamente non mi pare abbia mai fatto danni significativi a nessuno e quand’anche li avesse fatti, li avrebbe fatti vendendo prodotti finanziari delle banche e non propri. Diciamo anche che un po’ i mediatori creditizi le rogne se le sono cercate intanto perché invece di gonfiarsi di orgoglio per avere un albo professionale a cui essere iscritti, una sorta di imprimatur della società al loro mestiere, avrebbero dovuto ribellarsi e dire le cose come stavano: cioè la verità è che il lavoro del mediatore è banalmente un lavoro di vendita ne più ne meno come quello di un fruttivendolo o di un venditore della Folletto. Tant’è vero che l’albo è pieno di queste persone che una volta vendevano prodotti di consumo o altri servizi e poi hanno trovato più conveniente entrare in questo mercato. E io credo che abbiano pieno titolo per starci, a differenza di qualche ex fruttivendolo, oggi amministratore delegato di un grosso mediatore di mutui che dopo aver fatto fortuna in questo settore ora auspica che le porte del regno vengano chiuse a tutti i suoi ex colleghi perché non sono degni poiché mancanti della necessaria professionalità. E dopo l’albo dei mediatori ci siamo dovuti iscrivere anche all’ISVAP, pagando, e ogni santo anno dobbiamo anche fare uno stupido esame per collocare polizze assicurative che non vengono nemmeno discusse o presentate ai clienti, non per dolo ma, per esempio, semplicemente perché sono obbligatorie in un prestito con cessione del quinto e quindi o il finanziamento lo si prende così o non lo si prende proprio. E anche allora le poche associazioni di mediatori, a cui io mi sono ben guardato dall’iscrivermi, sono state a guardare magari pensando che un’altra iscrizione al solito ente inutile avrebbe aumentato il prestigio della categoria. Ed oltre all’inutilità di questi esami ai più è sfuggito come questa iscrizione è diventata una pericolosa arma che consente alle banche di avere potere di vita o di morte sui mediatori creditizi. Come? Intanto sono loro che rilasciano l’attestato di avvenuto passaggio dell’esame. Immaginate questo scenario. Fate l’esame a dicembre con uno dei vostri fornitori. A gennaio vi revoca il mandato, a febbraio gli altri fornitori vi sospendono il mandato poiché non gli avete presentato l’attestato dell’esame. L’attestato vi viene spedito dopo mesi di carte bollate con avvocati e ISVAP messi in mezzo, a fine giugno e voi non avete lavorato per 6 mesi. Questo non è un esempio inventato ma è successo a me pochi anni fa. Poi il controllo dell’albo a cui siamo iscritti è passato dallo Stato (UIC) ad una società privata, la Banca d’Italia. Anche questo passaggio di competenze forse dalla maggior parte dei mediatori è stato vissuto come un aumento del prestigio di una categoria. Ma in realtà è stato solo un danno. Infatti i soci della banca sono le aziende di cui collochiamo i prodotti finanziari sul mercato e quel che è peggio sono le aziende i cui guadagni sono sommati ai nostri guadagni su ogni singolo finanziamento per determinare se i costi di tali prestiti sono nei limiti di legge o meno. I primi risultati si sono già visti: “Drago” Draghi il governatore della stessa banca ha detto che i poveri consumatori hanno dei costi esagerati sui prestiti e quindi è necessario tagliarli. Indovinate a chi li taglierebbe? Alle banche o ai mediatori? E naturalmente dopo tutto questo prestigio accumulato, mediatori che dichiaravano la straordinaria importanza, delicatezza e competenza del nostro lavoro di consulenza, associazioni di mediatori che rivendicano un ruolo sociale per questa figura professionale così importante, beh, era giocoforza che qualcuno prendesse la palla al balzo e ci dicesse: “bene cari mediatori visto il fondamentale ruolo sociale, l’estrema delicatezza dello stesso, le straordinarie competenze necessarie per fare il vostro mestiere eccovi delle regole ferree a cui non potete sottrarvi”. Ed ecco la legge 141 che di fatto ci rende schiavi delle banche, che come al solito vogliono essere le uniche a guadagnare e di fatto riescono nel loro intento. Ma la nuova legge intensifica il controllo sul nostro lavoro: saranno istituiti, nuovi organi di controllo (questa volta li dovremo pure pagare noi perché il ministro ha detto chiaramente che questi organismi dovranno autofinanziarsi). Cioè per essere chiari con la nuova legge noi saremo controllati sempre dalle banche, che oltre a farci gli esami ed a stabilire se prendiamo troppi soldi, ce le dovremo pagare. Un vero successone per una categoria così prestigiosa: pagare qualcuno per farci prendere a schiaffi!. Ma la cosa straordinaria è che mentre davanti a noi mediatori alzano dei muri invalicabili per svolgere la professione in funzione della necessità di tutelare il consumatore e dell’altrettanto importante necessità di avere sotto stretta sorveglianza chi svolge un mestiere così delicato come il nostro, sappiate che se vendete frullatori, termocoperte, televisori, motorini usati, ecc. potete vendere anche i prestiti relativi, non solo potete anche farli vendere dai commessi del negozio senza necessità di iscriversi in albi, senza dover fare esami o dover essere persone di specchiata moralità o pagare qualcuno perché controlli che fate bene il vostro mestiere. Vedendo questa differenza di trattamento tra chi intermedia i prestiti e chi li propone incollati ad un bene materiale viene qualche sospetto sul reale scopo di questa legge in teoria mirata a favorire i consumatori. L’impressione che ho io è che il reale scopo sia quello di rendere il mercato più favorevole agli interessi delle banche perché esse da un lato trasformano parte dei mediatori in agenti monomandatari che come tali, ad una diminuzione delle provvigioni imposte dalla propria banca di riferimento, non potranno fare altro che chinare la testa ed abbozzare. Senza considerare che a differenza del mercato assicurativo nel mercato dei prestiti non esiste, se non in misura residuale, il c.d. portafoglio clienti, che potrebbe essere l’unica leva per trovarsi un’altra banca se quella di cui siamo agenti non ci soddisfa più, o se la stessa non si vuole più avvalere dei nostri servizi perché rendiamo poco. L’altra considerazione che io faccio relativamente all’obbligo di costituire società di capitali con 120.000 euro di capitale sociale è che la necessità di avere interlocutori di grandi dimensioni è figlia della determinazione di diminuire fortemente le provvigioni di mediazione. Per capirci è un po’ quello che avviene nel confronto tra la grande distribuzione e i piccoli negozi. Il piccolo negoziante non potrebbe mai sopravvivere se applicasse i prezzi della grande distribuzione che invece grazie al giro d’affari molto grande sopporta margini esigui sul singolo prodotto. Banche e finanziarie stanno già proponendo ai propri mediatori di firmare i contratti di agenzia e grossi gruppi attivi nella mediazione creditizia propongono a chi, oggi mediatore, ritiene di non avere altre alternative, ovviamente imponendo i propri mandati e le proprie regole, di essere inglobati nella propria rete di venditori. L’unica cosa certa in tutto questo è che i mediatori devono mettere in conto, per poter proseguire la loro attività, o un aumento dei costi o una diminuzione degli introiti o più realisticamente entrambe. Io sto pensando ad una alternativa poiché le due prospettive, sia quella di diventare agente, sia quella di andare a fare il mediatore per qualcuno che mi detterà delle regole, non mi piacciono. L’alternativa è quella di capitalizzare la mia società, la HOX s.r.l. ai livelli minimi richiesti dalla legge 141 e metterla al contempo a disposizione di tutti quei mediatori che vogliono continuare a svolgere il loro lavoro in completa autonomia, continuando ad utilizzare i mandati con le banche o finanziarie con cui sono abituati ad operare, senza vincoli territoriali o importi minimi di produzione richiesti, ma con qualche piccolo vantaggio in più dato dall’essere all’interno di una struttura che ha più mandati di quelli che aveva il mediatore per conto suo o dal disporre di tabelle più interessanti con la banca con la quale si è sempre operato. Sto pensando seriamente a questa alternativa e vorrei capire se ci sono abbastanza persone tra i mediatori, anche con piccole società che potrebbero essere interessati. Se il progetto interessasse molte persone potremmo anche presentarci sul mercato senza la paura di essere sopraffatti dalle banche. In fondo su 117.000 mediatori oggi iscritti all’albo qualcosa di interessante potrebbe venire fuori.

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