Article Marketing

article marketing & press release

Il mestiere dell’autore oggi.

L’arte di scrivere   

Sommario:

          Pubblicare oggi

–         Difficoltà per i nuovi autori.

–         Il marketing dei propri lavori

 

 

      Pubblicare oggi

 

Essere autori oggi può sembrare più facile di un tempo per molti motivi, ma in sostanza le cose sono rimaste come un tempo, solo la dinamicità dei mezzi fa sì che il lavoro fili in maniera più liscia e continua, con più praticità se si sanno usare i mezzi moderni e più interattività, ma la sostanza è sempre quella.

 

Con molta tristezza a volte leggo di autori che si ostinano a scrivere con la macchina da scrivere vecchia maniera, oppure con carta e penna, niente da eccepire per carità ma questa forzatura nel non voler aggiornare il proprio sistema operativo, il proprio cervello, a me sembra più un fatto di ostentazione all’essere snob, che non per una reale difficoltà.

 

Ci può essere un secondo motivo, ma lo giustifico con autori veramente anziani, quello cioè di non essere entrati a pieno nel vivo del dono dell’era del pc, cioè snellezza, praticità e maggior ordine nei propri lavori.

Sentivo una volta un’intervista a Camilleri, il quale usa il computer ma un tipo vecchio, che  non sopporta ad esempio, come dice lui che, il mezzo meccanico, segni di rosso gli errori di grammatica o almeno quelli che ritiene lui tali, figurarsi che il maestro Camilleri scrive per metà in siciliano e pure con parole inventate a volte, m’immagino le bordature di rosso che deve avere un suo scritto.

 

A parte questo aneddoto simpatico dato da Camilleri, anche se lui usa il pc, tutto ciò dimostra cosa voglia dire il non alfabetizzare le persone, spiegando ad esempio che le sottolineature si possono togliere con un semplice segno di spunta sul programma di scrittura, si nota un timore reverenziale verso tutto ciò che è tecnologico e questo chiaramente influisce sulla professione dell’autore, arrivando fino alla  divisione in due opposte fazioni chi si ostina a lavorare con i mezzi antichi, e chi invece le tecnologie le usa tutte.

 

Difficoltà per i nuovi autori

 

Certamente con l’avvento del computer e di Internet abbiamo dato una svolta a parecchi lavori che un tempo richiedevano molta pratica e dedizione, si pensi ad esempio nel campo dell’editoria la professione del tipografo, e in particolar modo al compositore.

 

Era, infatti, un vero e proprio compositore, come un musicista, doveva leggere il testo scritto su carta e ricomporlo lettera per lettera al contrario su uno speciale contenitore che simulava la pagina di giornale o libro.

 

Le lettere erano tutte rigorosamente di piombo, per cui la malattia professionale consisteva nell’avvelenamento da piombo, che causava tumori, tant’è che morivano tutti non in tarda età, poi con la civilizzazione si pensò bene di iniziare a fare delle analisi periodiche del sangue per vedere quanto piombo c’era nel sangue, non è che le cose andassero meglio ma almeno all’età della pensione ci arrivavano.

 

Ora è tutto più semplice, si lavora in matrice elettronica, non si tocca un carattere e i lavori d’impaginazione vengono fatti con software moderni come quello che sto usando io ora per scrivere il mio articolo.

 

Questo per quanto riguarda l’atto meccanico del pubblicare, ma c’è nel nostro campo, quello degli autori,un problema molto più ampio e vasto, quello di farsi conoscere e quindi accettare da un editore.

 

Qui le cose lasciatemelo dire sono rimaste veramente invariate, non c’è modernità che regga, non ci sono regole d’informatica, siamo sempre alla solita vecchia mentalità, un editore ti pubblica solo e soltanto se sei conosciuto, altrimenti ti arrangi.

 

Vi voglio raccontare quello che mi è capitato, con tanto di manoscritto approvato da un editore di chiara fama.

 

Dopo aver presentato il mio manoscritto a non so quanti editori per il vaglio, una bella sera mi sento telefonare, erano le cinque ora non canonica per comunicati di lavoro almeno in fase di accettazione di manoscritto.

 

Rispondo un po’ seccato dato che stavo facendo un lavoro di editing ad un manoscritto, mi sento dire che era la segreteria dell’editore…

Potete immaginare come sia rimasto io, non sapevo cosa rispondere e quando la voce della segretaria mi disse che il mio manoscritto era stato accettato allora ancora di più mi si chiuse la bocca, riuscii solo a dire uno squallido, sono contento, e nient’altro.

 

Pensavo di avere veramente dato una svolta come si suole dire, e già stavo programmando per le storie a venire del mio personaggio, solo che non sapevo in che razza di ginepraio mi ero andato a cacciare.

 

Ho cambiato con la casa editrice ben tre editor, figura molto delicata perché sono quelli che riguardano i manoscritti dando dei consigli su come rendere più scorrevoli i testi, senza entrare nella personalità dell’autore.

 

Il cambio dei tre editor tradotto in anni fanno due e mezzo, non potete immaginare cosa voglia dire accendere ogni giorno il computer, aprire il programma di posta per vedere se ci sono comunicati e saltare sulla sedia quando si vede il messaggio con mittente l’editore, solo che l’editor dice che ancora non è il momento perché c’è da pubblicare un altro testo, poi si inizierà la revisione del tuo lavoro.

 

Tutto ciò mi ha portato ad uno sconforto più unico che raro, oltre 910 giorni passati ad aspettare, solo perché dall’altra parte del filo c’era una persona che mi diceva guardi siamo quasi pronti, è stato questo un periodo di andirivieni di mail, e visto che erano tutte donne ci mancava solo che andassimo in qualche localino caratteristico per una cenetta galante e il quadro sarebbe stato completo.

 

Niente di tutto questo, solo un’ansia prima, una rabbia durante ed uno sconforto dopo, solo che ad un certo punto l’orgoglio si fa sentire specialmente se viene offeso ripetutamente. Anche il più paziente degli animali si ribella ed allora mi sono attaccato alla tastiera e con il volto rosso dalla rabbia ho iniziato a scrivere una delle più pepate mail che potevo scrivere ad un editore, mi era partito tutto: rispetto, timore reverenziale, progetti, sogni, avevo solo una cosa in mente mandare dove volevo che andasse l’editore e chi lo rappresentava.

 

Finita di scrivere la mail, spinto il pulsante invia, mi sono sentito più libero, l’oppressione dei due anni e mezzo sembrava svanire, ora però restava il problema della pubblicazione. Lo consideravo un problema per tre motivi il primo perché ormai a forza di far circolare il manoscritto a destra e sinistra era ora di metterlo in produzione con tanto di codice ISBN per certificare che era mio, il secondo perché non ne potevo più di aspettare per pubblicare, il terzo era che dopo la mail scritta non avevo più voglia di essere preso in giro da un qualsiasi editore.

 

Ora grazie all’avvento della tecnologia pubblicare non è più un problema, ed allora mi sono rivolto ad un editore on demand.

 

Marketing del proprio prodotto

 

Saltando qua e là tra un sito ed un altro di scrittura mi sono imbattuto in una moltitudine di teorie di pseudo intellettuali che sputano letteralmente sugli autori che fanno autoproduzione, pensando che solo autori pubblicati da marchi rinomati abbiano il diritto di essere letti.

 

Addirittura ho letto che questi auto-pubblicanti (sic!), così ci chiama un nauseato pseudo cyber critico, pubblicano per voglia di farlo.

 

Ora vorrei far notare che il buon Carducci il primo libro che ha pubblicato lo ha fatto a spese sue dato che non trovava uno straccio d’editore che lo volesse pubblicare, ma oltre a  questo noi autori, almeno noi che facciamo gli autori non per diporto, siamo veramente stufi delle solite manfrine fatte per pilotare il gusto del lettore.

 

Faccio sempre notare agli ipercritici che al giorno d’oggi non si può più pensare di essere attaccati alla gonnella della casa editrice perché ci rende bene, state pur certi che se Dan Brown non avesse avuto quella botta di deretano con le critiche che sono piovute dal cielo e qui è in senso letterale dato che ci si è messa pure la Chiesa, non avrebbe avuto nessuno pronto a pubblicare poi gli altri suoi lavori, che a mio avviso sono meno intensi del Codice.

 

Chi produce vino ad esempio, non si sogna neanche per l’anticamera del cervello di proporre il suo marchio con l’aiuto di un’azienda esterna, se c’è, tanto di guadagnato, altrimenti il buon produttore si fa la sua bella vendemmia, compera le bottiglie, stampa le sue etichette in tipografia per le sue bottiglie, e poi si mette in mostra in quanti luoghi è più possibile.

 

Oggi, come allora produrre un libro ha le stesse caratteristiche, siamo davanti ad una produzione e comunque venga fatta va bene, purché la si faccia. Naturalmente facendo autoproduzione lo scoglio più grosso è il marketing del proprio prodotto, perché di questo si tratta.

 

Non è assolutamente detto che se si pubblica con una casa nota il marketing porti a successo certo, e questo vuole dire una sola cosa, che l’editore il quale ha investito soldi su quel prodotto, se succede ciò, scarica l’autore senza nessuna remora.

 

Facendo autoproduzione si rischia di più ma non è detto che non si riesca a farsi la propria cerchia di lettori, e soddisfare i loro interessi.

 

Dal mio modesto punto di vista l’autoproduzione fa stare tutti con i piedi per terra, e un autore è veramente più vicino al suo lettore, lasciare la mail sul proprio blog per essere contattati ed avere un giudizio su quanto si è pubblicato, la richiesta di un volume con firma e dedica, uno scambio di opinioni sono tutte cose che chi si sente nel Gotha della letteratura non fa, basta stare molto bassi ed allora si riesce a non essere ubriacati dalla smania della fama e del successo.

 

Io personalmente scrivo romanzi thriller e fantasy, il solo pensiero di essere letto da una segretaria o un operaio nel treno mentre torna dal lavoro, o da un pensionato, una casalinga, studente, o chiunque altro in un momento di relax, avergli portato per un solo breve periodo un po’ di relax e di allontanamento dai problemi quotidiani valgono più di mille contratti fatti da grossi editori.

 

Nel nostro mestiere, quello di autore, il compito principale (come diceva Sir Arthur Conan Doyle) è quello di lasciare gli altri uomini più felici di come li ha trovati, questa è la mia unica speranza e missione che un autore deve sentire.

Leave A Comment

Your email address will not be published.