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Inkroci – nuovissima rivista letteraria online

Storiaccia di jazz vissuto
6 gennaio 1987. La data me la ricordo benissimo. Ci mancherebbe altro! In quella fottuta notte c’è mancato poco che finissi ad allietare le orecchie a punta di Belzebù con le mie ciance da contastorie.
6 gennaio 1987, dunque. Sera della Befana. La stronza con cui avevo condiviso gli ultimi otto anni della mia vita aveva deciso, di punto in bianco, di convolare a sacrosante nozze con un rottinculo miliardario lasciandomi a dir poco annichilito per la sorpresa. Cazzi suoi!

Io, per tener fede al famoso detto “ogni lasciato è perso” – oh! se va bene al femminile deve andar bene anche al maschile! – mi stavo perdendo in una sfilza di bicchieracci di Jack Daniel’s, il whiskey dei cattivi, e una cascata di paradisiache note che scaturendo da un luccicante sax tenore andavano a insinuarsi nelle infinite pieghe del mio cervello come una droga possente.
La serata filava liscia, il ritmo della musica muoveva quasi convulsamente la mia mano intenta a sperperar inchiostro nel vano tentativo di portare a termine un romanzo breve… o era un racconto lungo? – non ho mai capito la differenza – iniziato qualche mese prima.
Il buon Gianni Cazzola ci picchiava abbastanza ma non troppo sui tamburi della sua batteria, carismatico e discreto come sempre, del resto. Piano, basso e tromba facevano più che onestamente, ciascuno il proprio mestiere.
Ma era quel cazzo di saxofonista che dirigeva la rumba. Soffiava, soffiava, soffiava come se volesse gonfiare, con la sola forza dei suoi polmoni, uno Zeppelin e in un pezzo lungo una quindicina di minuti era riuscito a infilarci di tutto, da una notte in Tunisia alla follia del tenore – tranquilli, Pavarotti non c’entrava nulla – dalle noccioline salate al treno triste, e poi tante altre cose ancora.
Dopo un tormentato finale “…Oggi, forse per l’ultima volta, inizierò la mia giornata guardando il mondo attraverso il fondo di un bicchiere… e che Woody Allen me la mandi buona!”, avevo scritto le parole the e end in calce all’opera d’arte. Soddisfatto per questo – non ne potevo proprio più – stavo tentando di convincere la parte morigerata di me stesso, senza dubbio la più debole, a festeggiare concedendomi l’ennesimo Jack Daniel’s e riuscendovi per altro senza difficoltà alcuna, quando una serie di schioppettate vennero esplose all’ingresso del locale.
D’acchito mi venne da pensare a qualche deficiente intento a esaurire i fuochi artificiali avanzatigli dal recente Capodanno.
Negativo. Trattavasi di sei, dico sei banditi con teste (ovviamente di cazzo) incappucciate da calze di nylon, indossate come spettrali preservativi.
Di colpo era finita la musica, finito il whiskey, finito il chiacchiericcio e le risate. Finito il jazz, finito tutto. Solo paura, dentro e fuori.
Pistole puntate, cinturini d’orologio sganciati, catenine strappate, anelli sfilati, bicchieri in frantumi e sedie rovesciate, urla concitate, tutti a terra, faccia a terra, spari al soffitto e nel giro di pochi minuti una devastazione come fosse passato un tornado.
In gola solo parole tartagliate e nelle gambe semolino per bocche sdentate. Poi solo rabbia e una risata isterica. Quei sei stronzi con testa calzamagliata credevano di avermi rubato qualcosa… e invece mi avevano regalato una storia tosta da raccontare.
tratto da Inkroci Magazine riviste letterarie

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