No Banner to display

Article Marketing

article marketing & press release

Medusa

Figura ispiratrice di grande impatto, chiave di volta per l’apertura dell’Anima alle sue profondità, Medusa rappresenta un simbolo attualissimo per il suo potere evocativo nel vissuto individuale.
Tale aspetto è confermato dall’attrazione continua esercitata nel linguaggio collettivo, che ha contribuito a renderla familiare, riconoscibile e presente.
Il Corso dell’odierna edizione è espressione di un ciclo decennale di maturazione del personaggio Medusa, di un’articolazione su più piani tramite l’apprendimento di linguaggi diversificati. Una lettura che pur muovendosi all’interno del simbolismo del mito meduseo, lo trasforma in un’immagine originale, mezzo di apertura per lo sviluppo di una percezione mirata e chiarificatrice, strumento importante per arrivare ad una visione unificata da SE’.
La mia visione terapeutica è da sempre stimolata all’esplorazione interiore tramite l’allenamento percettivo delle “parti difficili” dell’Anima, una via maestra per l’elaborazione del proprio modo di sentire.
Lo sguardo di Medusa è come una porta che si spalanca sugli abissi della nostra interiorità ferita, ci costringe a rimanere fermi e sentire l’importanza di una modulazione interiore che porti a domare la parte “spinosa” della natura umana.
Allora quella Medusa che “ci guarda”, cerca il contatto con aspetti della nostra percezione bloccati, impietriti davanti a ciò che faticano ad attraversare.
Guardare Medusa attrezzando le risorse dell’istinto consente di ri-direzionare ciò che ci è abituale vedere, di notare le proprietà fascinatorie del suo sguardo, di creare un ponte di collegamento con ciò che lasciamo fuori.
Così riusciamo a soffermarci davanti a Medusa, scorgendo una bellezza che mai avremmo potuto riconoscere, non a caso celebrata da poeti come Petrarca, D’Annunzio o Shelley, e tanti altri.
“Lacan descrive questo processo di fascinazione come una <>, una <> tra un tempo iniziale, <> e un <>. ”(M. Belpoliti: Medusa e lo Specchietto retrovisore).
Perché si compia questo ricongiungimento bisogna sia imparare a guardare quanto a stare davanti allo sguardo di quell’immagine.
Riconoscere di esserne rapiti, affascinati.
E’ attraverso questo processo che la vita psichica si apre alla sperimentazione delle proprie modalità per convogliare l’energia vitale e poterla utilizzare.
Nonostante l’argomento dell’incontro con il “brutto” abbia attraversato più volte l’arte, la filosofia e la riflessione psicoterapica, oggi si propende, per buona parte, a “civilizzare” lo sguardo. Cioè a svuotarlo del suo significato primario, a renderlo icona più che mezzo di confronto, depauperando così la potenza trasformatrice di cui è capace.
Per modellare l’interiorità, il lavoro terapeutico ha la necessità di ritornare su strade già battute, non ai fini di un superamento, piuttosto per collocare ciò che si sa in una nuova prospettiva di sviluppo e stabilità per l’educazione dei sentimenti.
Allora sì che l’informe, il brutto, il mostruoso, possono riprendere la propria funzione di potenze creative e ridare spessore alle nostre vite. Consentire una maturazione e fornirci quegli “strumenti magici” che permettono risposte vere ai propri bisogni.
La possibilità di dotare la nostra esistenza di un ritmo vitale e lieve, rispettoso del “terrore”, che genera disagio e dolore nel nostro animo, la capacità di stare davanti a “quello sguardo” e consentirsi il dialogo con una parte molto profonda di noi stessi, nutre l’esperienza e devia il corso dei vissuti. Il “mostrare” cede il passo all’importanza del “mostrarsi”.
Il concetto della levità della vita, della vittoria sulla pesantezza è un insegnamento che si può cogliere nella sfida di Perseo. Guardare il mondo attraverso lo scudo, da un’altra ottica e con un’altra forma. Dissolvere quella apparente compattezza di visione lineare degli eventi lontana dalle “cose del mondo”, ritrovare ciò che è “ infinitamente minuto, mobile, leggero” (I.Calvino: Lezioni Americane).
Un insegnamento che possiamo apprendere lasciandoci “toccare” dallo sguardo di Medusa che ci ricorda come l’abitudine a sviluppare parti svincolate dal proprio sentire, distanziate da un’unità, rende immobili e pietrificati alcuni sentimenti, privi di quella spinta propulsiva che legittima la nostra interiorità e ci aiuta a collocare la propria individualità nel mondo.
Attraverso la creazione di questo “nuovo sguardo” reciproco, possiamo tornare più volte a visitare le medesime stanze della nostra mente e affinare gli strumenti propri del nostro modo di percepire, un apprendimento a riconoscere che ciò che troviamo in queste “stanze” non è poi così sempre uguale ma è la fissità del nostro occhio a dominare rendendo la nostra visione ferma, senza evoluzione.
Bisogna sì guardare, ma in modo nuovo, avvicinarci a ciò che sentiamo difficile modulando il disagio per liberare intensità e passione.
Il rispetto per il “deforme”, pezzi di Anima disarticolati che faticano a prendere forma, eleva la nostra interiorità, libera l’amore per sé stessi, trasforma la paura e la vergogna.
Una celebrazione dell’esperienza vitale che trova una sua espressione nei luoghi e negli spazi dell’Hotel Negresco, ulteriormente arricchiti in questa fase, da un’esposizione di durata annuale che ne celebra i cento anni della nascita.
Le varie tappe trasformative dell’ambiente in bella mostra, rappresentano un’ulteriore opportunità per l’Anima che bisognosa di plasmare lo sguardo, può utilizzare il contatto visivo con opere ed oggetti per collocare il passato nel presente e consentirsi pienamente il futuro.
Ogni evoluzione ci porta, prima o poi, in contatto con il senso della Storia, così le varie tappe di un luogo simbolo come l’Hotel Negresco si legano con il concetto di cambiamento. Osservando la sua unicissima natura di “Museo Vivente” in continua crescita, il nostro spirito vitale viene attratto dal senso dell’identità, dal legame esistente tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, tra le opere d’arte e l’ambiente nel suo complesso.
Si sviluppa così quel senso di narrazione e storia capace di allontanare l’estraneità e “cantare la morte”: la trasformazione dunque. L’opportunità di gustare la vita riunendo sull’asse del tempo un Simbolo, un Luogo e l’Umano nella reciprocità dello scambio.
Cosi accettiamo la presenza dell’alterità nella sua interezza, allenandoci alla “bella morte” (J.P. Vernant: La morte negli occhi) per solcare il Mare e calpestare la Terra.
Dr.ssa Anna Pancallo Psicologa Treviso, Tutor Group.

Leave A Comment

Your email address will not be published.

Article Marketing