La mia esperienza da allenatore in seconda prima di diventare allenatore di prima squadra Un altro tipo di esperienza particolare, e di compito affidatomi, nel periodo di militanza rossoblù è stato quello relativo all’organizzazione ed alla gestione di determinate situazioni durante le trasferte per la Coppa Uefa. In tali situazioni, infatti, veniva accentuata ancora di più la funzione di punto d’unione tra esigenze tecniche, esigenze societarie e necessità dei calciatori. Dovendo effettuare trasferte di diversi giorni, con complicanze aggiuntive rispetto alle normali gare in campo esterno, quali ad esempio fuso orario diverso, impegni fissi dettati dalla competizione (conferenze ufficiali e cerimoniale vario), reperibilità o meno dei vettovagliamenti consueti, l’operato della conduzione tecnica doveva per forza di cose tener conto di una serie maggiore di variabili rispetto alla conduzione normale, e, seppure da un punto di vista organizzativo, anche il personale impegnato al seguito della squadra fosse di gran lunga maggiore, già solo per il fatto di dover coordinare la presenza ed il lavoro di più persone nei confronti di squadra ed allenatore comportava di fatto uno sforzo superiore alla norma.
Come già detto, per la tranquillità del tecnico sorgevano due esigenze contrapposte: la prima quella di far sì che fosse a conoscenza ed approvasse ogni singolo dettaglio del programma, la seconda che non si dovesse occupare di verificare di persona che le cose seguissero l’iter prestabilito. Per fare un esempio: se con il medico era stabilito un determinato menu, una volta presa la decisione, il mister non doveva verificare di persona che cuoco e cibarie viaggiassero con la squadra ed arrivassero in albergo con sufficiente anticipo per la predisposizione del vitto all’ora prefissa, o che il personale di cucina fosse attivato e preventivamente informato sulle modalità di svolgimento del servizio, ecc. A tutte queste attività erano preposte persone particolari, medico, segretario, accompagnatore, e via dicendo, e con tutte loro mi confrontavo personalmente per sapere se andava tutto secondo i piani o se necessitavano piccole variazioni od accorgimenti. Questa esperienza mi ha insegnato tantissimo anche dal punto di vista della conoscenza del lavoro del resto dello staff e delle eventuali difficoltà o meno che possono avere gli addetti ad altri compiti, a cui magari solitamente si effettuano semplici richieste senza sapere se effettivamente questo può creare loro problemi o meno. Essendo uno dei compiti tipici del secondo quello di organizzare anche gli aspetti semplici e pratici degli allenamenti quotidiani, e quindi quello di coinvolgere tutte le persone che ruotano attorno alla squadra e di far sì che tutte operino in base alle esigenze od alle abitudini dell’allenatore, facilitando così il suo compito, ed essendo stato questo anche il mio ruolo in entrambe le mie esperienze di allenatore in supporto, ho constatato la necessità di responsabilizzare le persone per i propri compiti. Ciò può avvenire molto meglio appunto conoscendo al meglio svolgimenti e difficoltà di ogni mansione, potendo così cercare di far coincidere le esigenze tecniche con quelle di ciascun membro dello staff, senza che i dettami dell’allenatore stravolgano eventuali equilibri dell’ambiente che possono essere supportati da effettive necessità. Sempre nell’ambito di gestione dei rapporti tra squadra, società ed esterno, mi è capitato, a volte, di dover essere una sorta di tramite tra il tecnico ed i mezzi di informazione. Questa funzione di “parafulmine” utilizzata appunto per lo più in momenti tempestosi era giustificata dal fatto che pur non potendo permettercisi il lusso di isolarci completamente dai vari media, per non consentire approcci troppo intrusivi e ficcanti dei giornalisti nei confronti della squadra, anziché il tecnico responsabile presenziavo io alla conferenza stampa.
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