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Walter Mazzarri: La mia esperienza da allenatore in seconda prima di diventare allenatore di prima squadra

La mia esperienza da allenatore in seconda prima di diventare allenatore
di prima squadra

Un altro tipo di esperienza particolare, e di compito affidatomi, nel
periodo di militanza rossoblù è stato quello relativo all’organizzazione
ed alla gestione di determinate situazioni durante le trasferte per la
Coppa Uefa.

In tali situazioni, infatti, veniva accentuata ancora di più la funzione
di punto d’unione tra esigenze tecniche, esigenze societarie e
necessità dei calciatori.

Dovendo effettuare trasferte di diversi giorni, con complicanze
aggiuntive rispetto alle normali gare in campo esterno, quali ad esempio
fuso orario diverso, impegni fissi dettati dalla competizione
(conferenze ufficiali e cerimoniale vario), reperibilità o meno dei
vettovagliamenti consueti, l’operato della conduzione tecnica doveva per
forza di cose tener conto di una serie maggiore di variabili rispetto
alla conduzione normale, e, seppure da un punto di vista organizzativo,
anche il personale impegnato al seguito della squadra fosse di gran
lunga maggiore, già solo per il fatto di dover coordinare la presenza ed
il lavoro di più persone nei confronti di squadra ed allenatore
comportava di fatto uno sforzo superiore alla norma.

Come già detto, per la tranquillità del tecnico sorgevano due esigenze
contrapposte: la prima quella di far sì che fosse a conoscenza ed
approvasse ogni singolo dettaglio del programma, la seconda che non si
dovesse occupare di verificare di persona che le cose seguissero l’iter
prestabilito.

Per fare un esempio: se con il medico era stabilito un determinato menu,
una volta presa la decisione, il mister non doveva verificare di
persona che cuoco e cibarie viaggiassero con la squadra ed arrivassero
in albergo con sufficiente anticipo per la predisposizione del vitto
all’ora prefissa, o che il personale di cucina fosse attivato e
preventivamente informato sulle modalità di svolgimento del servizio,
ecc.

A tutte queste attività erano preposte persone particolari, medico,
segretario, accompagnatore, e via dicendo, e con tutte loro mi
confrontavo personalmente per sapere se andava tutto secondo i piani o
se necessitavano piccole variazioni od accorgimenti.

Questa esperienza mi ha insegnato tantissimo anche dal punto di vista
della conoscenza del lavoro del resto dello staff e delle eventuali
difficoltà o meno che possono avere gli addetti ad altri compiti, a cui
magari solitamente si effettuano semplici richieste senza sapere se
effettivamente questo può creare loro problemi o meno.

Essendo uno dei compiti tipici del secondo quello di organizzare anche
gli aspetti semplici e pratici degli allenamenti quotidiani, e quindi
quello di coinvolgere tutte le persone che ruotano attorno alla squadra e
di far sì che tutte operino in base alle esigenze od alle abitudini
dell’allenatore, facilitando così il suo compito, ed essendo stato
questo anche il mio ruolo in entrambe le mie esperienze di allenatore in
supporto, ho constatato la necessità di responsabilizzare le persone
per i propri compiti.

Ciò può avvenire molto meglio appunto conoscendo al meglio svolgimenti e
difficoltà di ogni mansione, potendo così cercare di far coincidere le
esigenze tecniche con quelle di ciascun membro dello staff, senza che i
dettami dell’allenatore stravolgano eventuali equilibri dell’ambiente
che possono essere supportati da effettive necessità.

Sempre nell’ambito di gestione dei rapporti tra squadra, società ed
esterno, mi è capitato, a volte, di dover essere una sorta di tramite
tra il tecnico ed i mezzi di informazione.

Questa funzione di “parafulmine” utilizzata appunto per lo più in
momenti tempestosi era giustificata dal fatto che pur non potendo
permettercisi il lusso di isolarci completamente dai vari media, per non
consentire approcci troppo intrusivi e ficcanti dei giornalisti nei
confronti della squadra, anziché il tecnico responsabile presenziavo io
alla conferenza stampa.
 

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