La maggior parte dei giovani che secondo l’Istat oggi sono senza lavoro, tra i venti e trentacinque anni, all’epoca non erano neanche nati. O lo erano da poco. E se oggi uno chiedesse loro chi era Enzo Tortora e che cosa sapessero raccontare del suo calvario farebbero scena muta o quasi. E’ un male questo processo di rimozione in cui tutto il Paese sembra incoscientemente partecipare. E infatti oggi la giustizia in Italia fa orrore esattamente come quella che si manifesto’ in uno jellato venerdì 17 di trenta anni orsono. E’ pessimo che oggi in pochi sappiano che Tortora buttato giù dal letto dai carabinieri e dalla finanza all’alba al Plaza di Roma, albergo dove alloggiava quando veniva nella Capitale, fu fatto aspettare nella hall davanti ai clienti italiani e ai turisti stranieri per un’ora, ammanettato, prima che fosse consegnato al flash di macchine fotografiche e telecamere opportunamente convocate dagli inquirenti nel cuore della notte. E’ doloroso ricordare come i giornalisti si comportarono per i primi sei o sette mesi di quella tragedia che fece vedere al mondo “di che lacrime grondasse e di che sangue” la giustizia made in Italy. Personalmente potrei citare un episodio a titolo di esempio: allora 23 enne lavoravo, in nero e senza contratto, per un nota agenzia del gruppo Caracciolo. Con me, sempre in nero, lavorava anche Silvia Tortora, la figlia di Enzo. Nei giorni successivi a questa disgrazia credete che i colleghi più esperti e alti in grado, quelli garantiti con lo stipendio e il contratto, abbiano in qualche maniera mostrato solidarietà a questa ragazza che all’epoca aveva la mia stessa età? No. La misero da parte. La fecero lavorare il meno possibile e quando un giorno, a tre mesi dall’arresto del padre, cominciarono ad arrivare le prime agenzie che ponevano dubbi e incrinavano il fronte dei corifei di pentiti come Barra, Pandico, Melluso e il pittore Margutti, ricordo come se fosse ieri un capo servizio, di cui non voglio fare il nome perché non merita che sia ricordato neanche come eroe cattivo di una storia come questa, dire, a lei che sventolava quasi trionfante questa agenzia di stampa, la seguente frase infame: “ma Silvia tu devi capire che contro tuo padre ci sono delle prove e degli indizi molto pesanti, tu non puoi pretendere di influenzare il nostro lavoro…”In realtà il “non detto” invece era un altro: questa agenzia era una sorta di cortile di casa di “Repubblica”, giornale all’epoca avviato a sicuro successo dopo le proprie campagne forcaiole di anti politica ante litteram e dopo essersi fatta le ossa e le copie sulla pelle di Aldo Moro nella primavera del 1978 mediante la sponsorizzazione del fronte della fermezza.Per non dimenticare e rivivere gli stessi errori nasce l’idea di Ambrodio Crespi di realizare con la produzione di Spin Network un Docufilm sulla storia di Enzo Tortorahttp://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=IfIN3x3eqis
Tags: Ambrogio Crespi, docufilm, Enzo Tortora, Luigi Crespi, Spin-network
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