Article Marketing

article marketing & press release

Le Parole della spiritualità in una giornata al Monastero di Bose.

Una recensione sul libro “Lessico della Vita Interiore” del Priore Enzo Bianchi.
La vita ha un senso. A noi non spetta né inventarlo né determinarlo ma semplicemente scoprirlo“.
La parola monaco in greco significa solo ma quel giovedì 12 agosto la mia solitudine di lavoratore precario era stata riempita dalla visione celestiale di Cristina, dottoressa in lingue che disoccupata,stava facendo uno stage presso la libreria Claudiana come traduttrice di supporto. Ci eravamo conosciuti nella piazza davanti alla Biblioteca Nazionale, purtroppo chiusa per le vacanze estive. Aveva la passione per i testi sacri ed ammirava moltissimo le traduzioni di Luigi D’Ayala Valla monaco e bibliotecario al Monastero di Bose. Accettai di accompagnarla all’appuntamento che aveva il giorno seguente tra le 14 e le 17 alla biblioteca del Monastero che ospita 52.000 volumi. Mi consigliò prima della visita, di leggere il Lessico della Vita Interiore che è un compendio dei pensieri sulla pratica di fede del Priore Enzo Bianchi. Venerdì 13 ci trovammo alla fermata degli autobus per Biella ed in seguito prendemmo il 24 per Magnano sede del Monastero. Cristina era bionda e con gli occhi azzurri brillanti ed in quella giornata dal cielo coperto era l’unica luce. Era interessata ad acquistare per suo uso personale, una copia del Salterio di Bose stampato dai monaci nelle edizioni Qiqajon che comprendono circa 370 titoli. La sera precedente mi ero addormentato dopo aver letto le 222 pagine del Lessico nella nuova edizione ampliata e mi ero fatto una idea chiara della forza ispiratrice di quel monaco che nel 1965 dopo la laurea in Economia a Torino,aveva deciso di fondare una nuova comunità monastica oggi composta da ottanta membri di cinque diverse nazionalità e di cui vi consiglio un approfondimento visitando l’ottimo sito internet. Non c’è vita cristiana senza vita spirituale e chi crede in Dio deve farne esperienza. Attraverso le crisi che dobbiamo affrontare si frantuma l’immagine che abbiamo di noi stessi, di un io ideale e non reale per avere una rinascita a vita nuova. La vita spirituale che ci attende ha come fine la partecipazione alla vita divina e questo divenire lo si ottiene attraverso l’ascesi adattando le nostre forze per acquisire una crescita o educazione dell’io verso la carità, l’amore per il prossimo, liberandoci dall’amore di sé e dall’idolatria o comportamento di massa e disponendoci sotto il segno della santità. La santità dunque, testimonia una bellezza da instaurare nelle relazioni in cui si vivano rapporti fraterni ispirati a gratuità, misericordia e perdono. La vocazione cristiana alla santità racchiude una propensione alla bellezza. Una bellezza che emerge dalla sobrietà, dalla lotta contro l’idolatria e contro la mondanità per una contemplazione che sostituisca il possesso. La parola di Dio diventa l’oggetto di ciascun senso dell’anima, dove i sensi non sono aboliti ma ordinati dalla fede, allenati dalla preghiera e permeati dall’esperienza profonda dell’amore spirituale. Per ottenere questa conversione occorre una vigilanza interiore per non lasciarsi trascinare dalle seduzioni mondane e per mantenersi nell’equilibrio e nell’armonia. Per non cadere nel sonno, uno spazio di morte dove le tentazioni portano alla perpetrazione del male che si configura come seduzione di vivere nel regime di consumo invece che in quello di comunione. Una depressione dello spirito che si cura con l’autodisciplina imparando la pazienza, l’attesa, la perseveranza e vivendo la precarietà, la parzialità e la frammentazione del presente senza disperare. La pazienza è una prerogativa divina ed è coesistiva alla fede che persevera nel tempo, come arte di accogliere e vivere l’incompiutezza come momento di Dio che non ci appartiene e che è luogo di lotta, di paura e di sofferenza. La fede esce dall’astrattezza quando plasma l’arco dell’intera esistenza di un uomo fino alla morte. Il cristiano è colui che ricomincia ogni giorno attraverso inizi che non hanno mai fine. Ho aspettato Cristina nella stanza di nome Emmaus o sala di lettura dopo il cortile dell’Accoglienza e sono rimasto ad attenderla ammantato dalla pace, a meditare nella contemplazione della presenza di Dio che qui è diffusa in ogni luogo, nelle opere e nella preghiera e che ha per padre il silenzio e per madre la solitudine. Il silenzio è linguaggio di amore, di profondità e di presenza dell’altro ed è più intenso e comunicativo di una parola. Verso sera siamo tornati a Torino e durante il viaggio abbiamo magnificato la vita al Monastero di Bose, un centro moderno collegato ad una rete internet Cisco System di ultima generazione ma che conserva ancora quelle regole millenarie di vita monastica. La Comunità è però un mondo parallelo. Un rifugio, da un quotidiano volgare e violento che impedisce di generare nella realtà delle nostre città l’adesione al Lessico di Enzo Bianchi. Una spiritualità che garantirebbe che la nostra vita adesso è Speranza di diventare Eternità. Rainbow7

Leave A Comment

Your email address will not be published.