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Category Arte e cultura

Twitter, cosa è, come registrarsi, come usarlo

Twitter (tradotto dall inglese Cinguettio ) è un servizio di micro-blog sociale che consente a singoli utenti e gruppi di operatori di pubblicare i loro ultimi aggiornamenti e di poterli condividere.

Blog contro Sito Web statico: qual è la soluzione migliore per te’

Spesso le piccole attività on line devono necessariamente stare attente al budget di spesa ed allora si affidano a degli sviluppatori web che, anziché porre l attenzione sulla creazione di un funzionale strumento di vendita, pensano solo all aspetto estetico.

Amore, morte e ossessione: ‘Abbracci spezzati’ di Almodovar

Un triangolo di passione, tormentato e sensuale. Un incidente che spezza gli abbracci e fa calare il buio sul personaggio principale, lo sguardo perso come metafora del cinema e della recente storia della Spagna. Il 6 novembre torna nelle sale italiane Pedro Almodovar con il suo nuovo film Los Abrazos Rotos – Gli abbracci spezzati, molto applaudito al recente Festival di Cannes.
L’amore lacerante – Los Abrazos Rotos è la storia di Mateo Blanco, ex regista diventato cieco in seguito ad un grave incidente. La perdita della vista ha rivoluzionato la vita di Mateo, che ha lasciato il cinema per fare il romanziere e firmare le sue storie con lo pseudonimo di Harry Caine. Pieno di forza vitale, Mateo non ha rinunciato a condurre un’esistenza creativa ma non riesce a liberarsi dai fantasmi del passato, dall’amore tragico che ha vissuto e che racconta a Judit, la produttrice che si prende cura di lui, e a so figlio Diego.

Il puzzle dei ricordi – Un po’ alla volta Mateo ricostruisce la sua vita passata per mezzo delle immagini, impresse su pellicola e scomposto in un puzzle che corrisponde alla marea dei ricordi. Il menage-a-trois di passione, ossessione e potere che lo ha coinvolto insieme alla affascinante Lena e al ricco Ernesto Martel, è una storia interrotta che ha visto la morte metaforica di Mateo e Lena, ma mai veramente terminata. Ancora un grande melodramma da Pedro Almodovar, che ricompone il puzzle della memoria con citazioni dai classici del cinema, tra cui un doveroso omaggio a Roberto Rossellini.

Insulti leciti nei reality, così cresce la tv dei barbari

Dare del pedofilo ad una persona in diretta televisiva, di fronte a milioni di telespettatori, è perfettamente lecito e anzi, non potrebbe essere diversamente, dato che ci si trova nell’ambito di un reality show. E’ il succo della sentenza emessa dalla Corte di Cassazione italiana, la quale ha respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata da Franco Mancini, concorrente del reality Survivor, insultato da un “rivale” perché molto amico di un altro partecipante al programma, molto più giovane d’età. Mancini aveva già perso in primo grado, davanti alla Corte d’Appello di Rieti. La Cassazione ha ribadito l’importanza di decidere tenendo conto del contesto.
Qualsiasi cosa per un po’ di celebrità – L’argomentazione dei giudici della Cassazione è che per giudicare casi di insulti anche molto pesanti si debba tenere conto della particolarità dei reality show, i quali esistono per “sollecitare il contrasto tra i partecipanti. Quella trasmissione è volutamente indirizzata alla rissa verbale”, gli insulti subiti devono essere intesi come “conseguenza della notorietà volontariamente acquisita con la partecipazione a quella trasmissione”. Morale: fatevi di tutto, distruggetevi in diretta, stando attenti a non arrivare all’omicidio e a non mandare all’ospedale nessuno, perché altrimenti il reality a cui partecipate perde senso e audience.

Vince chi urla di più – Insomma, anche i giudici si piegano alle esigenze di palinsesto. Ogni Paese ha la tivù che si merita, recita un vecchio adagio, e non è un caso che format ormai alla frutta come Il Grande fratello stiano chiudendo i battenti nel resto d’Europa e negli Usa. Da noi il padre di tutti i reality si prepara per la decima edizione che durerà, caso unico al mondo, la bellezza di cinque mesi. Con il paradosso che il reality non è realistico: altrove se i concorrenti vogliono fare sesso in diretta o dar luogo ad altri comportamenti eccessivi lo possono fare, anche perché le puntate vengono trasmesse in seconda serata e a pagamento, bypassando buona parte del pubblico generalista. In Italia non si va oltre la solita pruderie frustrata fatta di ammiccamenti erotici, spostando poi l’attenzione dei telespettatori sugli scontri sempre più violenti tra concorrenti, meglio se famosi (o celebrità decadute), in un gioco di rivalsa dell’uomo della strada che gode a vedere tanto isterismo e abbruttimento.
La “legge” di Eco – Dunque la logica della riunione di condominio condotta a suon di urla e parolacce viene trasposta, sublimata e potenziata sul piccolo schermo dai reality show. E funziona, ha successo. E’ questo che vuole la gente e si è sempre liberi di cambiar canale, sarebbe facile rispondere. Non è moralismo però, dire che ciò che ha successo in tv rispecchia la cultura popolare di un Paese. Nel 1964 Umberto Eco, nel suo saggio rivoluzionario e molto discusso Apocalittici e integrati dimostrò come, al di là della storiografia, di Cavour e di Garibaldi, a fare l’Italia sia stata soprattutto la televisione, e in particolare i telequiz di Mike Bongiorno che insegnarono alla gente a parlare l’italiano, unificando sotto la nuova lingua quello che era un puzzle di dialetti con relative culture contadine alle spalle. In un’altra sua opera più recente, Diaro Minimo, Eco osserva ancora a proposito del padre della tv italiana: “Quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta. […] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […] professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto. […] Mike Bongiorno è privo del senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà.[…]”. Il risultato è, nelle parole di Giorgio Simonelli, docente di Giornalismo radiofonico e televisivo e di Storia della radio e della televisione all’Università Cattolica di Milano: “Una tv da terzo mondo con un modello ormai superato”.

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