Quando gli echi mediatici si affievoliscono e i titoli spariscono dalle prime pagine dei giornali e nelle aperture dei servizi televisivi si ha la sensazione che la diplomazia non sia al lavoro, invece, anzi quasi sempre, è proprio il contrario.
A telecamere spente si parla in modo più tranquillo, e questo è il caso delle relazioni bilaterali turco – egiziane che dopo aver conosciuto nel 2013 il loro momento più basso, quando l’atteggiamento di sostegno alle cosiddette primavere arabe e in particolare all’ex Presidente Morsi da parte del Presidente turco Erdogan indussero la nuova amministrazione egiziana del Presidente el-Sisi ad un opportuno irrigidimento che portò alla rottura delle relazioni diplomatiche bilaterali.
Da quel momento in poi i due Paesi si sono costantemente ritrovati su fronti opposti: in Libia dove al sostegno di Ankara al governo di Tripoli è corrisposto quello del Cairo al generale Haftar, nell’area del Golfo, dove l’una ha stretto i propri legami con il Qatar e l’altro con Arabia Saudita ed Emirati e, infine, nel Mediterraneo Orientale dove nel 2019, nel quadro della fondamentale delimitazione delle acque territoriali per le ricerche energetiche, la Turchia ha raggiunto un’intesa con il governo libico di Al Sarraj al quale l’Egitto l’anno successivo ha risposto aderendo a quella con la Grecia e più in generale al consolidamento dell’intesa con Israele, Arabia Saudita e Francia.
L’altalenante politica che Ankara ha adottato in questi ultimi anni, per interessi energetici ma soprattutto alle vicende siriane, ha portato la Turchia molto vicina a Mosca, così vicina da concludersi con l’acquisto di un sistema di difesa missilistico incompatibile con gli impegni NATO.
Mossa questa che ha fatto precipitare il livello delle relazioni con gli Stati Uniti al punto che il risultato che l’incontro di Erdogan con il presidente Biden a margine del recente vertice del G20 di Roma si è concluso con un nulla di fatto
Se a tutto ciò si aggiunge un’ormai consolidata freddezza a livello europeo con la mancata apertura di qualsiasi capitolo nel negoziato di adesione e la mal dissimulata ostilità della Francia, emerge un crescente isolamento della Turchia sul piano internazionale che perfino il suo orgoglioso Presidente ha ritenuto di dover fronteggiare e, nei limiti del possibile, cercare di correggere.
Per questo l’Egitto, Stato chiave nel quadro mediorientale e nordafricano e che ha tessuto un’importante rete di alleanze, non poteva che essere il primo destinatario del nuovo approccio turco.
Questo spiega gli attuali passi di Ankara in direzione del Cairo che, per bocca dello stesso Ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, ha manifestato la disponibilità a negoziare un accordo sulla giurisdizione marittima nel Mediterraneo orientale. Apertura espressa dal Ministro nel maggio scorso al Cairo e in autunno ad Ankara e che si dovrà concretizzare per mezzo di incontri bilaterali a livello di vice ministri degli esteri.
Saranno i primi contatti ufficiali fra le due nazione dal 2013.
In occasione della visita ad Ankara del novembre scorso di Mohamed Ben Zayed, principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, sono stati annunciati investimenti in Turchia per dieci miliardi di dollari in cambio del cambiamento della politica turca sia verso gli esponenti della Fratellanza Musulmana rifugiata in Turchia sia verso i “media” dell’opposizione all’attuale governo egiziano che negli ultimi hanno avuto base a Istanbul.
Tutto questo mentre l’Egitto ha effettuato i passi opportuni verso il Governo di Tripoli in vista dell’auspicabile pacificazione libica attraverso processo elettorale che per il momento è stato rinviato. L’Egitto e la Turchia aspirano a partecipare attivamente alla ricostruzione del Paese e non necessariamente da rivali, particolare che non ostacola ma anzi favorisce i tentativi di riavvicinamento di Ankara ad Arabia Saudita e Israele.
Nazioni con le quali il Cairo ha instaurato negli ultimi anni ottimi rapporti. Significativo a tale proposito è stato l’incontro di due giorni fa ad Ankara tra Erdogan e i rappresentanti dei rabbini negli Stati islamici e quelli della comunità ebraica in Turchia.
Quanto alle relazioni economiche turco-egiziane, è stato di fatto ravvivato l’accordo commerciale bilaterale del 2007 (FTA: Free Trade Agreement) uno dei pochi accordi che è sopravvissuto alla rottura delle relazioni diplomatiche, con gli scambi bilaterali che sono passati da 4.42 agli attuali 11.14 miliardi di dollari, numeri che confermano un clima nettamente migliorato.
Anche se i segnali positivi sono molteplici, rimangono sul tavolo diversi problemi da risolvere e ostacoli da superare, ma entrambi i Paesi, in particolare la Turchia che attraversa una crisi economica e politica di particolare gravità, hanno interesse a raggiungere intese bilaterali che anche a Washington sono giudicate positivamente, se non altro per i loro riflessi su Israele e la stabilità del Medio Oriente.
Chiara Cavalieri
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