Le immagini di questi giorni, che oltre all’ orrore delle azioni dei Talebani ci mostrano la penosa e umiliante condizione in cui sono ridotte le donne che vivono in certe situazioni, sommate all’ascolto di una delle tante conferenze di Maryan Ismail, docente di antropologia, attivista per i diritti delle donne e dei minori stranieri nonché Presidente del Forum Musulmani Laici e Progressisti, mi inducono a una serie di riflessioni tra l’interconnessione del femminismo liberista occidentale e le battaglie che in maniera del tutto acritica sposa ormai da diversi anni.
A questo proposito vorrei ricordare che esiste una memoria storica, ben documentata con foto e video, di come le donne nei paesi musulmani fossero emancipate e godessero, prima dell’instaurarsi dei regimi fondamentalisti islamici, di diritti civili e umani.
Per esempio nel 1958, durante il Congresso del suo Partito, il Presidente egiziano Gamal Abd al-Nasser, rise alla proposta dei Fratelli Musulmani (organizzazione terroristica fondata da Hasan Al Banna nel 1928) di velare le donne.
“Se non riesce a convincere sua figlia, che studia medicina e non indossa il velo, come pensa di convincere le ragazze egiziane?” Questa fu la sprezzante risposta che diede al capo di quell’organizzazione che, è sempre utile ricordarlo, oggi in Egitto è considerata terroristica.
Negli anni ‘60 al Cairo le donne potevano tranquillamente uscire in strada vestite con braccia scoperte e gonne al ginocchio prima che gli Islamisti facessero del velo un vessillo di moralità.
In quegli anni raramente qualche donna veniva molestata, mentre ora, che la maggioranza delle donne egiziane è velata dalla testa ai piedi, più del 90 per cento di loro subisce molestie fisiche e verbali.
La protesta di alcune donne egiziane che nel 2017 si fecero fotografare vestite con gonna e camicia, fu rivoluzionaria tanto quanto il gesto dell’attivista egiziana Hoda Shaarawi, che nel 1923 si tolse il velo dopo aver partecipato ad un convegno femminista a Roma.
Senza dimenticare che nel 1899 Qasim Amin, il primo “femminista” arabo che fu anche un importante giurista, pubblicò il libro “La liberazione della donna” in cui invitava le donne arabe a liberarsi del velo.
Libro attuale ancora oggi perché le sue posizioni sull’emancipazione femminile, criticate anche all’epoca, si basavano proprio sui dettami della religione islamica che lui stesso rispettava.
C’è anche da considerare che la mostra parigina, organizzata in questi giorni dall’Istituto del Mondo Arabo, si chiama “Diva” ed è incentrata sulle donne.
Attrici, ballerine, cantanti e produttrici che hanno segnato l’immaginario cinematografico egiziano, per estensione quello arabo, dagli anni 20 agli anni 70.
Donne bellissime, emancipate, idolatrate dalle masse e temute dal potere politico, degne eredi della rivoluzione femminista degli anni Venti a cui si accenna proprio a inizio mostra. Nella Kermesse è stato dato ampio spazio a Um Kalthum, soprannominata ‘la Callas del Medioriente’, con immagini che la rappresentano con indosso i suoi sfavillanti diamanti e il suo inseparabile fazzoletto.
Parte della mostra è dedicata anche alla “nostra” indimenticabile Dalida.
L’esposizione si chiude con un paragrafo che riassume tutto il dramma del Medio Oriente, dalle pesanti conseguenze della guerra dei sei giorni del 1967, alle crisi petrolifere del 1973 e del 1979.
Con l’ascesa del movimento religioso conservatore che prende il via dalla guerra del Libano, che fa arretrare la preminenza culturale dell’Egitto e del Libano a favore delle ricche, di petrolio, monarchie del Golfo.
Le foto delle ragazze vestite all’occidentale prima della rivoluzione Khomeinista in Iran, o il tripudio di colori delle stoffe somale e afghane prima che il ḥijāb, tradotto letteralmente “tenda o cappa” ne avvilisse la vivacità, la femminilità e la bellezza, dovrebbero far risvegliare molte coscienze… soprattutto quelle di coloro che difendono, ormai solo a parole e mai con atti incisivi, i diritti di un mondo femminile che sotto il tallone di certe dittature ha perso tutto il bello che c’è nell’essere donna.
Tutto ciò dovrebbe far riflettere, anche e soprattutto, sulla simpatia di molte femministe occidentali che da una parte si proclamano “sovversive”, mentre dall’altra dimostrano strane simpatie per certe derive fondamentaliste.
L’esempio più eclatante lo ha fornito proprio Maryan Ismail che nel 2005, partecipando a ben due audizioni nella Commissione al ministero degli Interni e in quella delle Politiche Sociali, si è occupata della Legge nazionale contro le mutilazioni genitali femminili di cui l’Italia si è dotata nel 2006.
Durante questi incontri, con donne deputate e rappresentanti delle pari opportunità, si è notata una profonda spaccatura nelle posizioni, così profonda da arrivare al paradosso che le esponenti del Femminismo Liberale, soprattutto di sinistra, hanno additato come non consone alle proprie tradizioni e cultura le donne africane, eritree, somale ed etiopi, che hanno preso parte alle trattative.
Premesso che l’Infibulazione non è prevista in nessuna parte del Corano, il libro sacro dell’Islam, ogni donna può pretendere nel contratto matrimoniale (il matrimonio Islamico non è un sacramento) che, nel caso nascano figlie femmine, le stesse non verranno sottoposte a questo rito barbaro.
Lo stesso discorso vale anche per il velo, anche questa usanza patriarcale non prevista dal Libro Sacro.
Il termine arabo ḥijāb che significa celare o rendere invisibile allo sguardo, nascondere o coprire, indica qualsiasi barriera di separazione posta davanti a un essere umano o a un oggetto per sottrarlo alla vista.
L’imposizione di rivolgersi alle mogli del Profeta da dietro un ḥijāb aveva quasi certamente in origine motivazioni di protocollo, e solo più tardi venne preso a pretesto per giustificare forme generalizzate di segregazione sessuale, del tutto sconosciute all’Islam dell’epoca di Maometto.
Questo velo ha coperto i tradizionali abiti colorati o altri tipi di veli, che indossavano le donne somale o afghane fino all’arrivo al potere del fanatismo.
A quel punto il ḥijāb non solo è diventato un simbolo di appartenenza e pudore, ma anche, e soprattutto, di sopravvivenza.
La stessa Maryan sostiene che anche in questo caso si è arrivati al paradosso che se si viene invitate nelle trasmissioni televisive o a partecipare a liste elettorali e non si indossano certi capi che identificano il credo, non si viene considerate abbastanza musulmane.
Il lavoro delle donne coraggiose come Maryan Ismail ha come obiettivo il ribaltare questo andamento che ha preso piede in occidente negli ultimi anni e farsi considerare orgogliosamente musulmane anche senza avere addosso certi simboli che altro non sono che il frutto della propaganda generalizzata e ben cavalcata dai gruppi integralisti.
Gli investimenti e i rapporti con la finanza occidentale, le ingerenze nei paesi del medio oriente per sovvertire le politiche interne, ad esempio il duo Obama Clinton in Egitto con Morsi, e la rivoluzione in Libia fino all’uccisione di Gheddafi, hanno fatto sì che i paesi più ricchi del Golfo espandessero la predicazione integralista dei Fratelli Musulmani nei paesi non islamici.
Non attraverso la guerra, bensì attraverso una ‘cultura’ che controlla il corpo della donna rendendola sottomessa al patriarcato maschile.
Particolare questo che è anche in contrasto col Sacro Corano in quanto gli esseri umani possono essere sottomessi solo ad Allah.
A questo proposito Maryan ha sostenuto, durante una delle sue ultime conferenze, che parti del Corano sono state ‘sospese’ per far sì che a seconda del momento progredisse la matematica, la scienza e la filosofia, portando ad esempio la Mauritania a sospendere, nel 1982, la schiavitù perché in forte contrasto con il rispetto e la dignità dell’essere umano.
La Mauritania è stato ultimo paese a prendere questa decisione e il 1982 non è un tempo troppo lontano da noi.
Tornando all’affermazione della libertà: Maryan si è chiesta come potessero le donne che vivono certe realtà sostenere le proprie battaglie se, ad esempio, l’ex Alto Rappresentante per gli Affari esteri dell’Unione europea, Federica Mogherini, si è sempre presentata velata sia in Iran che in altre nazioni arabe.
Oppure, caso altrettanto grave, quando si è ritenuto necessario velare le statue di nudi dei Musei capitolini per il passaggio dell’ex presidente iraniano Rouhani in Campidoglio o peggio ancora il quadro che dà la finanza occidentale nei suoi business con i rappresentanti dei ricchi paesi più comandati da regimi islamisti.
Sono le solite geometrie variabili dell’Occidente, che da un lato fa finta di scandalizzarsi sulla carenza dei diritti umani in alcuni paesi, ma poi tace e fa affari con chi gli conviene, mostrando che ideali e cause sono solo strumentali agli interessi.
Il silenzio sui crimini dei Talebani o addirittura la proposta di diventare loro interlocutori è l’ennesima conferma di questa ipocrisia, come, inutile girarci intorno, la simpatia verso i gruppi come Hamas, Fratellanza Musulmana ed Hezbollah.
Situazioni queste che non possono essere in alcun modo tollerate in quanto certi gruppi non hanno mai operato per il bene dei paesi dove si sono radicati, ma hanno portato solo morte e corruzione.
Dello stesso cosmo fa parte anche il gruppo terroristico Al Shabab che si è reso responsabile dell’assassinio di Yusuf Mohamed Ismail Bari Bari, ambasciatore somalo presso l’Onu e fratello di Maryan, che fu ucciso a Mogadiscio nell’attentato all’hotel Maka al Mukrama.
Quest’articolo è dedicato a Maryan Ismail, alle sue idee, alle sue lotte e a tutte quelle donne, in Afghanistan come in Iran, in Sudan o in Arabia Saudita o in tutti quei paesi dove da anni i loro diritti vengono calpestati ogni giorno e che lottano coraggiosamente per la loro libertà sperando che in Occidente si cessi di dare la voce all’Islam politico.
Di Chiara Cavalieri
Studiosa di Islam e geopolitica
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