Se il 2021 è stato un anno complicato per qualsiasi impiego dei risparmi, il 2022 – nonostante la ripresa – sta presentando altrettanto importanti sfide. Questo discorso riguarda anche la previdenza complementare, ossia quelle forme pensionistiche che, sulla base del risparmio raccolto, erogano una somma integrativa alla fine del percorso lavorativo.
La previdenza complementare è diventata sempre più importante a partire dagli anni 90, quando il nostro sistema pensionistico, pubblico e obbligatorio, è stato profondamente modificato tenendo conto del progressivo aumento della vita media e della esigenza di sostenibilità dei conti pubblici.
Si è così passati da un sistema retributivo a uno contributivo, e si è manifestata l’esigenza di spingere su forme di pensionamento integrative (cosa molto diffusa in Europa). Grazie alla previdenza complementare, il cittadino ottiene la possibilità di disporre, dopo il pensionamento, di un reddito più adeguato ai suoi bisogni in età anziana.
Quello che si riuscirà ad accantonare per la pensione, dipende anche dai rendimenti (al netto della tassazione) ottenuti con l’investimento sui mercati finanziari di quanto versato. Ed è su questo punto che ci focalizziamo. Nel 2021 i mercati azionari hanno portato a casa buoni numeri, dopo lo shock del 2019 e la ripresina del 2020. Tutto ciò ha avuto un riflesso positivo sui risultati delle forme di previdenza complementare.
La COVIP, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione, ha evidenziato che il Fondo pensione aperto e le altre forme pensionistiche complementari hanno ottenuto, in termini di rendimenti, performance assolutamente di rilievo. I risultati migliori si sono osservati nelle linee d’investimento con una maggiore esposizione verso i titoli di capitale.
Infatti i rendimenti dei comparti azionari si sono attestati in media all’11,1% nei fondi negoziali, al 14,8% nei fondi aperti e al 18,8% nei PIP (qui è spiegato il significato di pip). Nello stesso periodo, la rivalutazione del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) è stata del 3,6%. Molto meno quindi del rendimento dell’azionario. Ma anche se volessimo allargare l’orizzonte sui vent’anni, confrontando l’andamento dal 2001 al 2021, non c’è storia. La rivalutazione annua del TFR è stata pari al 2,3%, mentre il rendimento medio annuo composto dei fondi pensione aperti azionari è stato 3,2%.
Tags: pensioni, pip, rendimenti
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