Nel 2007 l’imprenditore aveva tentato di rilanciare l’azienda. Gianni Lettieri: “Mi sono tolto un peso”.
Per Gianni Lettieri il processo per la vicenda di Novaceta si conclude con un’assoluzione. Ribaltando la sentenza di primo grado, la Corte d’Appello di Milano ha infatti escluso il reato di bancarotta fraudolenta. Viene così meno la condanna inflitta all’imprenditore napoletano, che nel 2007 aveva preso parte ad una cordata di investitori con l’obiettivo di rilanciare la storica industria chimica nelle vesti di Amministratore Unico e Presidente. Sugli altri capi di accusa per reati minori la Corte ha inoltre dichiarato l’impossibilità a procedere per avvenuta prescrizione. Una sentenza che, secondo la difesa di Gianni Lettieri, smentisce completamente l’esistenza, sostenuta dalla pubblica accusa in primo grado, di “fantomatiche intese volte ad impedire la reale ripresa produttiva della società a vantaggio di un’ipotetica speculazione immobiliare”.
Dopo l’uscita di Gianni Lettieri nel 2009 e un ulteriore riassetto societario, Novaceta viene ammessa alla procedura fallimentare, per poi essere dichiarata ufficialmente fallita nel 2011. Il processo nasce sulla tesi della Procura milanese, che sospetta l’esistenza di un accordo per favorire un progetto di speculazione immobiliare. Caduta già l’accusa di bancarotta documentale in primo grado, pochi giorni fa è toccato anche all’ipotesi di bancarotta fraudolenta: “Mi sono tolto un peso – ha commentato Gianni Lettieri – perché in questo sfortunato tentativo di rilancio avevo messo a disposizione un investimento di 9 milioni di euro, consentendo alla procedura di recuperare con l’attività, fino a quando sono stato io presidente, 20 milioni di euro. Sono stato sempre convinto – conclude l’imprenditore – di aver agito nell’interesse dell’azienda”.
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